presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Piovesan (“Zelòte”)

piovesan“Adì 19 Febbraio 1857. Jacopo Piovesan, nato a Ponzano il 20 giugno 1827, fu Sante e della vivente Angela Zanatta, vedovo della fu Spironel Giuseppa, morta il 30 agosto 1852, e Renosto Teresa di Paolo, nata il 10 maggio 1834, sempre domiciliata a Paese eccetto due anni a Padernello e un altro a Monigo, si sono congiunti oggi in matrimonio davanti a me Arciprete Don Sante Bonato…”. Con questo sposalizio, alla metà dell’Ottocento, metteva piede in Paese la famiglia Piovesan, soprannominata Pitón. Cognome tipicamente veneto, dove tuttora è saldamente ancorato, anche se nel tempo è stato inseminato in altre regioni italiane, soprattutto del Nord, con una notevole presenza laziale. A livello nazionale figura in circa trecento comuni. Piovesan, forse storpiatura di Piavesan, sembra derivare da La Piave, il fiume sacro alla patria che un tempo era riportato al femminile. Probabilmente quindi i Piovesan trovano origine lungo le sue sponde. Inverosimile appare invece l’attribuzione al verbo piovere, più credibile da “pieve” (Pievesan), in particolare da zone montane come Pieve di Cadore, Pieve di Livinallongo, Pieve S. Stefano, ecc. Non furono tuttavia Giacomo e Teresa a prendere casa a Paese (Treviso-Italia), ma il loro figlio Valentino (1861) che, nato a Ponzano Veneto, aveva sposato intorno al 1885 Lucia Morellato, dalla Madonna della Rovere - Treviso, con la quale era emigrato in Brasile, ma qui non avevano trovato il benessere che cercavano, bensì, al contrario, una vita da miserabili. Negli anni 90 dell'Ottocento, oltre 99 milioni di europei partirono per altri continenti; s’imbarcò dal 10 al 30% della popolazione rurale. Sembrava una rivolta collettiva contro i proprietari terrieri identificati con la classe dominante. Le terre incamerate dallo Stato dopo l'Unità d’Italia, per lo più espropriate agli Ordini ecclesiastici, furono acquistate da latifondisti o regalate ai sostenitori politici che non investirono una lira per migliorare le tecniche agricole e garantire una soglia accettabile di produttività. Gli anni 1885-1886 furono particolarmente difficili. A peggiorare la situazione si era messo anche il maltempo azzerando i raccolti e riducendo alla fame migliaia di braccianti, e di piccoli proprietari già ai limiti del sostentamento. Si registrò così un considerevole movimento migratorio che ebbe come destinazione il Brasile, l'Argentina, gli Stati Uniti. Il fenomeno raggiunse una portata da esodo biblico… Vittime di questa illusione furono anche Valentino Piovesan e Lucia Morellato, i quali, dopo aver abitato qualche anno a Melma (Silea) dove avevano messo al mondo due figli, raggiunsero il Brasile, accorgendosi ben presto di essere passati dalla padella alla brace. Non si sa esattamente come abbiano vissuto quel periodo lontano dalla loro patria, di certo le loro condizioni non dovevano essere dissimili da tante altre di cui si è avuto testimonianza. Forse furono portati nelle umide foreste, in balia di un ambiente ostile di cui non conoscevano nulla, vivendo da selvaggi con quel poco che riuscivano a recuperare dalla natura. O forse furono trasportati nelle grandi piantagioni a lavorare come bestie, in cambio di una scodella di mais, vivendo in baracche malsane, lontano da ogni forma di civiltà. Pochi mesi di questa vita fecero ammalare Lucia, che si privava di tutto pur di far vivere i due figli, tanto da andar incontro alla morte rimanendo per sempre laggiù, a S. Rita di Passa Quattro, nella periferia di San Paolo. Il decesso avvenne il 31 agosto 1892. A Valentino “Pitón” apparve chiaro il rischio di fare la stessa fine e con lui anche la prole, Attilio e Giovanna (1885), se non fosse ritornato al più presto in Italia. Sopportò ogni forma di privazioni pur di raggranellare il necessario per pagarsi il viaggio di ritorno. Ritornato in patria nel 1893, raggiunse la famiglia della sua sfortunata sposa, che nel frattempo si era insediata a Paese, fittavola dei Perotto. Genitori di Lucia erano Giacomo Morellato e Luigia Martignago ai quali Valentino portò l’infausta notizia del trapasso della loro figlia, senza la consolazione di portarle un fiore sulla tomba. La figlia Giovanna si maritò ai primi di febbraio del 1907 con Alfonso Giovanni Vanin (1881). La relazione con la famiglia della sua defunta moglie lo portò a stringere i rapporti con la cognata Rosa (1871-99), sorella di Lucia, che si prese cura dei due nipotini. L’affetto che ne nacque si trasformò in amore, tanto che due anni dopo, nel Carnevale del 1894, la condusse all’altare nella chiesa di Paese. Era allora parroco mons. Giuseppe Foffano, ma le nozze furono celebrate alla presenza del cappellano don Bartolomeo Gerusalemme. Nell’atto di matrimonio si legge che “i due sposi erano affini in primo grado e s’ottenne la dispensa come da registro curiale 14 febbraio 1895 n. 26”. Dai due coniugi, che continuarono ad abitare nella casa di lei, furono generate tre nuove vite: Anna Amalia (1895), moglie di Giulio Biscaro, già maniscalco di Sovernigo; Emilia Orsola (1897), che il 29 dicembre 1922 si unì al compaesano Ermenegildo-Luigi Rossetto (1897); Antonio Angelo (1899), partito per l’Argentina nel primo dopoguerra senza più dare sue notizie…

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