presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Santolin (“Aurèli”)

santolin"Me pàre se ciamava Joàni, me nòno Bèpo e so pàre Mèmo, e prima ancóra no sò, me par Joàni ancóra...". Sigillato in una boccetta di vetro, il foglio con questa genealogia, fu seppellito in una colata di cemento eretta a rinforzo del barco. Il segnale fu dato dal nonno Francesco al nipotino di dieci anni: "Bùtta! Tra çento ani i lo trovarà e i savarà che ghe jèrimo ànca noialtri!". Questa circostanza, vissuta nel 1962 da Agostino Santolin, racchiude in sé il viatico sulla ricerca dell'avventura umana della famiglia "Aurèli", così erano chiamati i Santolin di Castagnole. Si perde nel 1400, periodo della conquista dell'entroterra da parte della Repubblica di Venezia, l'origine del cognome Santolin nel trevigiano. "Santolini" (piccoli santi) era il nomignolo attribuito ai trovatelli allevati dagli ospedali della Pietà, fino all'età di 12 anni, che in seguito erano accasati in campagna per ordine dello Stato. Molte ragazze madri o famiglie impossibilitate a tenersi i neonati, li affidavano a questi Istituti, oppure venivano abbandonati sui gradini della chiesa. Toccava allora al parroco provvedere, dopo averli battezzati. Per la loro disgraziata situazione d’orfani, figli di tutti e di nessuno, erano destinati a divenire i servi delle famiglie d’adozione. Quest’ipotesi è rafforzata dal fatto che di famiglie con il cognome Santolin si hanno riscontri in molti comuni, ma senza relazione di parentela fra loro. Nel 1500 erano presenti a Camalò e a Treviso; nel 1600 se ne trovavano anche a Postioma, Marzelline, Ponzano, Selva del Montello e a Padernello dove è stato rinvenuto l'atto di morte di un certo "Matteo detto Santolin" (1676). Nei secoli a seguire il cognome si estese rapidamente in tutto il trevigiano come nel vicentino, dove tuttora è assai diffuso. Dal registro dei morti dell'archivio parrocchiale di Castagnole, frazione di Paese (Treviso - Italia), emerge che "Aurelio della Pietà o della «Ca’ Granda», detto Santolin, è morto il 10 gennaio 1742, all'età d’anni 60". Si spiega così l'origine del soprannome "Aureli". Il capostipite era dunque un trovatello, figlio di un conte, dato in affido molto probabilmente dal Pio Istituto “Santa Maria della Pietà” di Venezia. Aurelio si sposò con Margherita, della quale non si conosce il cognome, è noto invece che i primi furono anni di stenti, per la magrezza dei raccolti causata dalla siccità. Così ne dà testimonianza il parroco di Postioma di quel tempo: "Da S. Martino ad oggi, 28 marzo 1714, è caduta solo un po' di neve subito liquefatta dal sole". L'8 settembre 1718 così si esprimeva: "Dal 13 marzo ad oggi, giorno della Natività della Vergine, non è caduta una sola goccia. Tutto il raccolto è in sostanza perduto e non so come questa povera gente farà a sopravvivere... Piovve abbondantemente il 15 settembre". Ai due sposi nacquero due figli, Zuanne, morto di ventidue giorni e Jacopo (1717-1748) che, sposatosi a Maria Pasqualato, mise al mondo quattro figli prima di morire a soli trentun anni. Domenico (1741-1807), l'unico figlio maschio, divenne fittavolo della parrocchia di S. Andrea di Treviso che aveva appezzamenti nella campagna di Castagnole, verso S. Zeno, oggi S. Lucia, con cui sfamava la numerosa famiglia. Fu proprio dai suoi figli che la stirpe dei Santolin cominciò ad estendersi in vari rami (ora anche in Australia), nonostante la grave carestia che colpì il territorio nel secondo decennio dell'Ottocento. Nel 1816 è documentato il primo atto notarile relativo ad una divisione di beni fra i tre nuclei familiari esistenti. Erano anni di guerra; tasse e requisizioni erano all'ordine del giorno, alle quali si deve aggiungere un diffuso brigantaggio. Coronava questa sciagurata situazione ancora una tale propagata miseria che, come scrive G. Monteleone, “a Fadalto (sopra Vittorio Veneto) i contadini si cibavano d’erbe e foglie, contraendo una malattia di delirio allo stato di «mania scorbutica»”. A Tramonti, 1500 abitanti, era diffusissima la pellagra. La gente, ridotta allo stato cadaverico, si cibava di solo fieno, senza condimenti, tanto che in tredici erano morti di fame. Ovunque la situazione era più o meno così e molti si davano al furto, facendosi incarcerare pur di mangiare. Particolarmente colpiti dalla carestia furono anche gli "Aureli" che, fra il 1807 e il 1829 persero ben 11 dei 15 neonati, solo nel primo anno di vita, morti di "spasimo". Giuseppe Santolin (1784-1854), figlio di Domenico, era "servo dell'arciprete" e membro, assieme alla moglie Giustina Grenziol da S. Trovaso, delle due confraternite parrocchiali, quella di S. Sebastiano (poi del SS. Sacramento) e quella del Santo Rosario. L'insediamento della famiglia Santolin in Falzedel, antica borgata che significa "luogo dello sfalcio", avvenne verso il 1830 per opera di un altro Domenico (1810-1874), detto "Méno", figlio di Giovanni e di Angela Pizzolato, sposato ad Irene Zulian da Morgano. Nella nuova abitazione, un'antica "casèra da fógo" (registrata nell'Estimo di Castagnole fin dal 1680), con annessa "tèza" coperta di paglia, di proprietà ecclesiastica, si portò anche i genitori.

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