presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Sartor (“Barchéssi”)

sartorGiocondo Sartor abitava in una casetta in mezzo al bosco del Montello, accessibile dalla presa n. 14. Aria salubre, piante secolari e verdi prati in fiore. D’estate si svegliava con il cinguettio degli uccelli, che precedeva appena il canto del gallo. Di notte, nell’autunno inoltrato, ogni tanto la volpe gli svuotava il pollaio, ma lui non se la prendeva troppo perché sapeva prendere la vita con ironia. Gli piaceva cantare e spesso si univa ai cori degli amici lubrificandosi ogni tanto la gola con un buon bicchiere di vino. In quella collina dalla terra rossa, resa sacra dagli eroi della Grande Guerra, Giocondo alternava il lavoro di contadino e di boscaiolo con quello di calzolaio. Giocondo (1871-1953) era figlio di Biasio e di Giovanna Bon, ambedue da Venegazzù di Volpago (Treviso-Italy). Il nonno si chiamava Crescenzio, nato nei primi decenni del 1800. Fu soprattutto nel periodo bellico che il mestiere di ciabattino fu particolarmente redditizio per Giocondo, perché il Montello brulicava di truppe alle quali riparava le calzature. Il Montello, che sbarra la strada al fiume Piave al quale la storia lo ha legato indissolubilmente, è il polmone verde della pianura trevigiana. Ancor oggi porta i segni di quello che un tempo, prima dell’insediamento umano, era il rifugio di lupi, orsi, lontre, e cinghiali, oltre che l’ambiente naturale di secolari piante, soprattutto castagni, che servivano a costruire le navi e a riscaldare le case della Serenissima. Giocondo si sposò con la compaesana Emilia Tonin (1872-1951), figlia di Enrico e Francesca Visentin. Fu un matrimonio baciato dall’arrivo di otto figli. Primogenito era Angelo che, il 22 novembre 1922, prese in sposa Regina Panziera, chiamata Vittoria, pure lei da Venegazzù. Secondogenita era Elvira, sposata a Mattarollo Domenico (“Mèmo”), da Paese; i due emigrarono in Argentina a cavallo delle due guerre mondiali; laggiù trovano continuità nella loro discendenza. C’era poi Marcello (1906-1987), che si sposò con Angela Maria Elvira Grespan (1904-92), da Villa, figlia di Anselmo “Vaintinéto”; erano questi i genitori di Maria Sartor, coniugata a Giovanni Nasato di Via San Luca, dalla quale provengono queste spigolature. Nel 1909 era venuto al mondo Giuseppe, che sposata Oliva Martinelli (1910-92, “Rochi”), era diventato padre di Luciana, Carla e Luigino, prima di morire nel 1942 a soli trentatrè anni. Fu vittima di un orribile incidente quando lungo Via Pellegrini era passato un camion e i buoi che conduceva si erano spaventati; strattonato brutalmente dalle bestie, cadde a terra finendo calpestato dai quadrupedi con la seminatrice al seguito, perdendo la vita; era andato a ricambiare un favore all’amico Luigi Pozzebon. Era poi nata Elisa (1911), moglie di Augusto Favero (“Castaldòni” di Paese); emigrarono a Littoria (ora Latina) al tempo del fascismo; Elisa vive tuttora nel Lazio mamma di quattro discendenti. Seguì Irene (1907), coniugata con Attilio Favero (1904), pure questo dei “Castaldoni”, e parente “alla lunga” del cognato Augusto; genitori di tre figli. Attilio aveva sposato Irene in seconde nozze essendo in precedenza congiunto a Assunta Becevello, deceduta improvvisamente. Penultimo dei figli di Giocondo era Giovanni, che, emigrato in Argentina, sposò la sudamericana Teresa che gli ha dato dei discendenti. Ultimogenito era Ferruccio (1916-93), che si congiunse ad Antonia Netto (1914, dei “Fanéti”) da Padernello; ebbero quattro figli: Giuseppe, Guerrino, Adelino e Gemma. Come si può intuire dalla genealogia che precede, i Sartor un bel giorno del 1923 transmigrarono a Paese, insediandosi nella barchessa a fianco della chiesetta di Villa (ora Severin), fittavoli dei Pellegrini, per conto dei quali lavoravano della terra. Conseguentemente a questo loro insediamento, i Sartor furono soprannominati “Barchessi”, da barchessa, appunto. In seguito questi beni furono acquistati da Angelo, il primogenito di Giocondo, con i risparmi della sua emigrazione canadese. Angelo e Regina Panziera, sposatisi a Venegazzù il 22 novembre 1922, misero al mondo una schiera di dieci discendenti. Rina Maria era la primogenita, unita a Aldo Milanese. Erano poi arrivati: Tarcisio Rino (1925); Angela Emilia (1927); Elvira Bruna (1928), seguita da un’omonima nel 1930; Antonia (1931); Marcella Maria (1933), che si unì a Silvano Pravato; Maria Rosa, moglie di Abramo Bellio (1935) figlio di “Piero dea Ida”; Marcello (1938), marito di Bertilla Fighera (1940) da Sala d’Istrana; e Adelina Teresa (1941). Così mentre nella barchessa rimaneva la famiglia di Angelo, i fratelli Marcello, Giuseppe e Ferruccio, ancor prima della seconda guerra mondiale trovarono una nuova casa colonica e nuovo lavoro a Paese, in Via San Luca, attuale Via S. Francesco d’Assisi, in qualità di mezzadri del possidente Gustavo Visentin da Treviso. Erano loro affidati una trentina di campi di terra, compreso un vigneto dal quale ricavavano anche dell’ottimo e genuino vino casalingo. Loro vicini di casa erano i Nasato-“Moretoni”…

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