presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Severin (“Searìni”)

searini01Trova origine in un gran caseggiato di Sovernigo, sobborgo di Paese (Treviso – Italia), il nucleo storico della famiglia Severin (“Searìni”), ancor oggi visibile, seppur rimaneggiato, dietro la chiesetta, all’incrocio tra Via 24 Maggio e Via Montello, di proprietà Zanoni. Si tratta di una delle compagini più radicate nel territorio di Paese, probabilmente originaria d’Oltralpe. Francesco Severin (1822) aveva due figli: Giobatta (1852) e Valentino (1854-1925), che lo aiutavano nella quotidiana, onesta, sapiente fatica di contadino. I suoi figli crearono due rami genealogici distinti. Valentino, presa in sposa Maria Gagliazzo (1858-1935), lasciò il focolare paterno, trasferendosi al Colmello, nella casa rurale della famiglia Pellegrini. Fu in questa dimora che, fra il 1870 e il 1899, nacquero i figli: Marina, Francesco, Domenico, Giovanni, Giuseppe. Quest’ultimo, Ragazzo del “99, studiava per diventare prete, ma il fronte della Prima Guerra Mondiale gli strappò la vita a soli diciannove anni. Riposa ora nell’Ossario di Nervesa della Battaglia. Più tardi Francesco si trasferì in Toscana con la famiglia, tuttora patria dei suoi discendenti. Giobatta, continuò la tradizione familiare nella casa di Sovernigo e, sposatosi a Maria De Mori, generò ben dieci figli, nati tra il 1874 e 1897: Pietro, Angelo, Luigi, Giuseppe, Antonio, Francesco, Vincenzo, Anselmo, Maria, Noè. Uno dei figli di Luigi partì missionario in Mozambico: Padre Adriano, classe 1915, dell’Ordine della Consolata, ora a Torino. Figlio di Vincenzo e di Agnoletto Maria era Beniamino “Tempesta” (1906-1978), così soprannominato per il suo carattere. Sbalorditivo poi constatare tante omonimie a distanza di generazioni. Una famiglia prolifica, quella dei “Searini”, che intraprese anche le vie dell’emigrazione: nell’Agro Pontino, con Angelo; in Lombardia, con i figli di Giuseppe; in Canada, con i figli di Noè e alcuni nipoti del vecchio Pietro, figlio di Giobatta. Domenico “Searìn”, da tutti chiamato “Menei” (1887-1966), sistemato al Colmello, era sposato a Marianna De Marchi da S. Cristina di Quinto, che tutti chiamavano semplicemente Maria. Un matrimonio fecondato da sei figli, nati fra il 1913 e il 1925: Beniamino (1912-1920), Silvio (1914), Giuseppe (1920), ancora Beniamino (1921), Giovannina (1923) e Abramo (1925). Una famiglia che continuava la tradizione agreste. Lavoravano quattro campi di terra, ma il capofamiglia poteva dedicarvisi solo in parte perché si era assunto l’onere di curare il “brolo” del parroco di Paese. Nell’aprile del 1920 una disgrazia colpì la famiglia. Il primogenito Beniamino, mentre con un amichetto camminava sul ciglio di un fossato, raccolse un residuato bellico, mettendosi ad armeggiarlo finché gli scoppiò sul petto squarciandogli il cuore. Fu grande la disperazione, aveva solo otto anni. Tutto il paese partecipò a quel lutto, che tutti sentivano come proprio, nella consapevolezza che qualcosa di simile potesse capitare ad un loro figlio. Sulla sua lapide stava scritto: “Severin Beniamino, Vero angioletto d’obbedienza e candore, improvvisamente ucciso da scoppio di proiettile, lasciava inconsolabili genitori, nonni e parenti”. In seguito la casa occupata dalla famiglia di Domenico fu venduta a “Marnati & searini02Larizza”, fabbrica bellica di Castagnole dove lavorava Silvio. Più avanti fu ceduta alla Curia Vescovile di Treviso… La vecchia casa dei “Searìni” di Sovernigo, che fu un tempo proprietà dei Perissinotto, è ora abitata dalla famiglia Zanoni. Quella del Colmello invece non esiste più. Sul sito sorgono le nuove costruzioni del più giovane dei figli di “Menei”, Abramo, e del nipote Bruno, come a simboleggiare la continua evoluzione dei “Searìni”.

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