presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Trevisan (“Bióndi”)

trevisanLa Certosa di Nervesa resisteva da epoca immemorabile, né il tempo né il fuoco, né le invasioni barbariche erano riusciti a distruggerla. Ciò che riuscì invece a Napoleone con le leggi del 1806 e del 1810 che decretavano la soppressione degli enti religiosi. Pure nella campagna paesana c’erano degli insediamenti gestiti da monaci, probabilmente affiliati all’Abbazia del Montello che durante il periodo della Serenissima godeva di particolari privilegi. Riscontri di questo tipo si hanno in diverse località del comune. Prendiamo ad esempio la “Colombèra” di Treforni, la ex Casa Lin a Paese, la casa colonica già dei Pietrobon a Padernello, Villa Tassoni e probabilmente anche la casa Mattarollo a Postioma. In tutte queste antiche costruzioni sono state rinvenute tracce di affreschi religiosi o tracce architettoniche che avvalorano quanto affermato. Non sfugge a questa eventualità neppure il grande edificio rurale dei Trevisan a Porcellengo di Paese (Treviso – Italia), tuttora visibile in Via Turati. Vi dimoravano un tempo i nuclei dei fratelli Angelo Marco (1865) detto “Eto”, Giovanni Filippo (1871), e Antonio (1875). Erano questi i capifamiglia di tre importanti diramazioni dei Trevisan, figli di Antonio e di Maria Callegari (“Vetorèl”), che si erano sposati a Musano nel 1858. Il precursore, padre di Antonio, si chiamava Angelo. I Biondi erano una famiglia particolarmente numerosa fin dall’inizio del 1800, lo si riscontra ripassando il registro dei nati in Porcellengo. C’era ad esempio Pietro (1816), di Angelo e Maria Maddalena Biondo; questi si erano coniugati il 30 aprile 1812. Altri loro figli erano: Maria Teresa (1822), Francesco (1824), Angela (1826), Giovanni (1828), Giuseppe (1829), Angela (1830). Il soprannome “Biondi” deriva molto probabilmente dal cognome della loro madre. Troviamo inoltre i coniugi Domenico Trevisan e Lucia Favotto (“Smaniòto”) con il loro figlio Giuseppe (1857), sposato con Teresa Callegari (1866), ed ancora Pietro e Santa Favotto, sposatisi il 24 novembre 1945. Un’altra coppia dei Trevisan era formata da Pietro e Agata Callegari, coniugati nel 1956. Antonio e Anna Girotto, convolati a nozze a Musano nel 1940, erano genitori di Ferdinando, di Filomena, di Angela e di altri congiunti. Insomma era una compagine davvero interessante. A rinverdire le memorie della sua ascendenza è Attilio, classe 1929, che abita tuttora nella casa che rievoca tempi ormai andati senza che se ne senta la nostalgia. Erano infatti caratterizzati da una grande povertà pur essendo i “Biondi” proprietari di una decina di campi di terra, ma le bocche da sfamare, a cavallo delle due guerre mondiali, arrivarono ad oltre cinquanta. Come accennato, fino ai primi decenni dell’Ottocento, pare che il fabbricato fosse stato proprietà dei monaci della Certosa del Montello, che si alternavano nella conduzione dell’azienda agricola, dirigendo un certo numero di braccianti che lavoravano le terre con il solo uso delle proprie braccia in cambio del minimo vitale. In questa ipotesi si tratterebbe del lascito di qualche benestante passato a miglior vita, per la cui anima i frati pregavano quotidianamente. L’edificio figura in un’antica cartografia dell’inizio XVIII sec., al mappale 99 (Archivio di Stato di Treviso). Con la calata dei francesi, anche questi beni furono esautorati perché considerati inerti e probabilmente confluirono come compenso a qualche blasonato sostenitore politico. Di fatto i Trevisan li acquisirono da una cooperativa di pulizie che aveva sede in Mestre-Venezia, e non è improbabile che antecedentemente fossero stati di proprietà dell’Ente S. Maria degli Esposti… Impossibile qui nominare tutta la discendenza dei Trevisan, perché ogni maschio che si sposava aveva il suo bel seguito. Ferdinando Giovanni, ad esempio, e la sua sposa Angela Minato erano genitori di cinque figli: Giovanna (1921) che si unì a Cornelio Piovesan (1914), da Merlengo di Ponzano, ora abitante a Paese in Via Treforni; Giuseppina (1823); Marta, morta di soli quattro anni per cancrena; Angelo, che era convolato a nozze con Maria Piovesan da Caselle d’Altivole; e Firmina, sposata con Bruno Pozzebon (“Manàchi”). Sette discendenti derivarono dall’unione di Giovanni Filippo e Costanza Pozzebon… A parte le donne che andarono ad ingrossare altri casati, i maschi dei Trevisan erano tutti sposati nella stessa casa; facile quindi intuire come la pur capiente dimora fosse destinata a rimpinguarsi di umanità. A ripercorrere la storia della sua famiglia è Attilio, classe 1929, il più giovane e anche l‘ultimo dei figli di Domenico e Anna Mattarollo, che abita ancora nell’antica casa con la moglie Teresa Rossi (1929) da Musano. Fratelli di Attilio erano Lino (1923-97), sposato a Luisa Crema (1931), dai quali sono nati Francesco e Gelindo; e Giovanni (1925-81), marito di Amabile Minato (1926), che abita in una villetta poco lontano dalla casa dei “Biondi”, madre di Oliva, di Luigi e di Daniele. Nonno Domenico era stato combattente nella Grande Guerra sul fronte del Piave dove fu catturato dagli austriaci e deportato in Germania. Aveva provato i morsi della fame comprendendo il significato della parabola del figliol prodigo descritta nel Vangelo. Raccontava infatti che attendeva ansiosamente che i suoi carcerieri portassero da mangiare ai porci per sfamarsi con il loro cibo, in genere scorze di patate. Solo così era potuto sopravvivere. Ritornato dalla guerra, rimessosi nel fisico e nello spirito, qualche anno dopo si sposò con Anna Mattarollo, che abitava nel borgo di Via Baldrocco in Porcellengo. Nel 1935, vista la povertà di mezzi di sussistenza, partì volontario per la Guerra d’Etiopia…

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