presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Urio

urioNel 148 a.C. il console Aulo Postumio fece costruire un’arteria per collegare il porto di Genova ad Aquileia, importante avamposto romano di cui rimangono ancora eloquenti vestigia. Fu un’opera imponente dettata da esigenze di carattere militare e commerciale. Questa via, partendo dalla Liguria, attraversava la Lombardia e il Veneto, tagliando il territorio di Paese (Treviso), in particolare la frazione di Postioma, prima di proseguire verso il Friuli. Nel 1869, proveniente da S. Maria di Castelfranco si radicò a Postioma, da fittavola della parrocchia, la famiglia Urio con il progenitore Eugenio (1819), accompagnato dalla consorte Maria Didonè (1814). I due avevano al seguito cinque figli: Rinaldo (1845); Valentino (1848), che coniugatosi con Filotea Durante emigrò in Brasile; Benvenuto (1850-1923), che si unì ad Agata Berlese; Giuseppina (1853) che si accasò ad Osvaldo Bianchin; e Pietro (1858-1918) che sposò la compaesana Teresa Basso. Si trattava di una famiglia contadina, rifugiata in un discreto edificio rurale con stalla nell’attuale Via Sant’Elena, laterale della Regionale Feltrina. In quella casa Benvenuto e Agata generarono la loro numerosa prole, nove figli nell’arco di diciassette anni, tra i quali Giuseppe (1895-1980), che sposerà per procura Fortunata Gasparetto (1904-2000) detta Luigia, da Merlengo di Ponzano Veneto. Giuseppe era emigrato giovanissimo negli Stati Uniti, sulle orme dei fratelli Massimiliano e Giorgio che precedentemente avevano cercato fortuna in Germania. Lasciata l’Europa e imbarcatisi su un piroscafo francese alla scoperta del Nuovo Mondo, per la rottura del timone finirono fra i ghiacci del Nordamerica e dati per dispersi per diversi mesi. In seguito Giorgio, finito nel mirino della “Mala”, dovette ritornare precipitosamente in Italia. Mentre le sorelle e gli altri fratelli si radicavano altrove, Luigi e Virginio si divisero il tetto paterno onorando il lavoro di braccianti. Innamoratasi di Giuseppe per corrispondenza, Fortunata nel 1922 raggiunse il fidanzato che l’aspettava al porto di New York stringendo una sua foto per riconoscerla. Appena il tempo di salutarsi e poi di corsa in chiesa a regolare la loro unione. Il viaggio era stato alquanto avventuroso e disagiato, affrontato su un sudicio bastimento da trasporto. Si mangiava ammucchiati sul ponte costantemente battuto da venti gelidi e da sbuffi di fumo nero, su piatti e posate di legno bisunte, seduti su casse e merci buttate ovunque alla rinfusa, facendo sentire i trasportati più che passeggeri degli intrusi. A New York Giuseppe e Luigia generarono cinque figli: Rino (1924) che si sposò con la coetanea Virginia Michielin detta Antonia, da Signoressa; Gidi (1927-45), rimasto celibe; Angela (1934) emigrata in Canada con il marito Silvano Novello; Pierina (1935) che ha fatto coppia e famiglia con il compaesano Dionisio Bordignon; e Giuliana (1939) che ha sposato il coetaneo Giuseppe Girotto. Rino, nato negli Stati Uniti d’America, aveva sette anni quando nel 1931 mise piede sul suolo italiano. Fin dal suo arrivo il ragazzino americano era stato contattato dal parroco don Annibale Zussa che lo aveva arruolato nella squadra dei chierichetti. Di quel periodo Rino ricorda il profumo dell’erba e dei fiori, quando di buon mattino, si celebravano le rogazioni nei tre giorni precedenti la festa dell’Ascensione. Si partiva dalla chiesa in processione con lunghe candele accese che subito si spegnevano per la brezza mattutina, mentre i fedeli rispondevano alle invocazioni del sacerdote, vestito con i paramenti da Messa, che aspergeva i raccolti con l’acqua benedetta. Erano gli anni del regime di Mussolini. Non furono tuttavia le costrizioni fasciste a formare il carattere e la coscienza morale di tanti giovani, compresa quella di Rino Urio. Fu piuttosto l’Azione Cattolica, nella quale ricoprì, nel secondo dopoguerra, anche l’incarico di dirigente diocesano della G.I.A.C. (Gioventù Italiana di Azione Cattolica). Presidente era l’amico Luigi Chiereghin, che nel 1949 aveva passato il testimone ad Antonio Mazzarolli, mentre Dino De Poli era il vice delegato degli studenti. L’organizzazione cattolica esprimeva tutta la sua forza nelle sfilate romane che precedevano o seguivano le cerimonie papali nelle grandi festività. Si organizzò un imponente raduno in Piazza San Pietro in occasione dell’80° dell’Azione Cattolica, al canto di “Bianco Padre, che da Roma ci sei meta, luce e guida, in ciascun di noi confida, su noi tutti puoi contar. Siamo arditi della fede, siamo araldi della Croce, al tuo cenno, alla tua voce un esercito all’altar…”. Il Papa la considerava la sua milizia al servizio della fede. Per l’occasione, basco verde in testa, i giovani avevano viaggiato stivati nei cassoni dei camion, portando il cartello “Forania di Postioma”. Al ritorno avevano deviato per il santuario della Madonna di Loreto. L’impegno di Rino non si esauriva certo nell’associazione, era infatti anche uno dei quattro fabbriceri che coadiuvavano il parroco nell’amministrazione parrocchiale. Gli altri suoi colleghi erano Giuseppe Marchetto, Virginio Favotto (“Smaniòti”) e Antonio Visentin (“Mòmi”). L’epopea della famiglia Urio nel passato aveva già manifestato caratteristiche degne di un biblico vagabondare; altre volte a vari membri era capitato di trovarsi in eventi difficili, ma nessuno aveva provato la drammaticità della prigionia. Toccò a Rino, diciannovenne, sperimentare quest’oscura pagina di storia conseguentemente all’Armistizio dell’Otto Settembre 1943. Venticinque mesi raccontati giorno dopo giorno in un memorabile diario. Fu questo periodo a farne un uomo di gran temperie, forgiata nell’incandescente fucina della vita. La sua disavventura iniziò l’11 settembre 1943, nella caserma di Dosson del 14° Autieri, allorché un convoglio d’autoblinde e carri armati tedeschi circondarono l’edificio. In breve tutti i militari furono disarmati e portati alla stazione di Treviso-Ss. Quaranta dove confluiva una marea di soldati provenienti da altri dislocamenti. Qui furono fatti salire su una tradotta in partenza per la Germania, pigiati come sardine, in cinquanta per ogni vagone-bestiame. Cinque interminabili giorni durò il viaggio, sdraiati sul freddo pianale fra il fetore degli escrementi, nutriti con quel poco che la popolazione gettava loro durante le fermate, ma dal Brennero in poi nulla più. Per destinazione una meta oscura come la notte delle foreste che attraversavano. Durante il tragitto, un ufficiale, già prigioniero nella Grande Guerra, preferì gettarsi dal treno in corsa, rimanendo maciullato piuttosto che ripetere l’esperienza. Via via che il treno s’avvicinava alla meta, il dolore e lo smarrimento erano sconvolgenti, il pensiero di non rivedere più i propri cari una costante che stordiva. La stazione d’arrivo fu Stablack nella Prussia orientale, a 45 km. da Königsberg. Qui salutarono altri amici di Castagnole e di Paese, tra i quali Geremia Boffo, prima di perdersi di vista. Furono internati nel campo M. Stammlager I/A. Da allora sarebbero stati solo un numero di matricola, Rino l’8782. Un po’ di tè, di brodo di verdure e un filone di pane nero in sei, duro come un mattone e un pacchetto di margarina in venticinque era il cibo quotidiano, il corrispettivo per un’estenuante giornata di lavoro. Presto la fame mise a dura prova anche i fisici più resistenti. Così si susseguivano i giorni e i mesi, fra struggenti ricordi. Il 12 ottobre 1943 Rino annotava nel suo diario: “Oggi è una giornata di sole e mi fa ricordare i bei giorni autunnali del mio paese. Penso con nostalgia alla semina del frumento e m’immagino i genitori soli per i campi fino a tarda sera”. Questi sentimenti con la speranza della liberazione lo accomunavano al compaesano Giuseppe Girotto, che aveva incontrato nel campo. Questi nel poco tempo libero faceva il calzolaio in cambio di qualche pezzo di pane, che condivideva prontamente con l’amico. I chiodini per inchiodare le suole se li era procurati nella fabbrica bellica, mettendoseli in tasca pochi per volta. La libertà era però destinata a diventare un miraggio ancora a lungo.

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