presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Visentin (“Mòmi”) di Postioma

visentinmomiÈ questa la famiglia cui apparteneva l’onorevole Angelo Visentin (1900-51), personaggio di spicco di Postioma, amato dalla gente. In Postioma di Paese (Treviso-Italy) tre erano i ceppi dei Visentin, distinguibili dai soprannomi. Oltre ai “Momi”, tuttora al civico 20 e 22 di Via Gemelli, c’erano i “Crosamenta”, nei pressi della stazione ferroviaria, e gli “Ombramenta” lungo la Feltrina, di fronte alla casa dei Mattarollo. Non è tuttavia saputo se trovassero origine dallo stesso ceppo. Dei Visentin abitavano in Postioma già all’inizio del XVIII secolo. È quanto emerge nel registro dei nati della parrocchia di Paese: “Adi 5 Agosto 1716. Sgualdo figlio di Piero Conte et di Santina sua consorte, nato li 3 corrente a hore 24 in circa, fu battezzato da me Don Ottaviano Vezzati de licentia. Fu padrino Antonio Visintin della parrocchia di Postioma”. Ma il documento potrebbe trarre in inganno. Un tempo infatti, Porcellengo dipendeva dalla Parrocchia di Postioma, perciò non è improbabile che il Visentin di cui si parla fosse uno dei Momi di quella località. Negli ultimi decenni dell’Ottocento c’erano anche i nuclei di Giobatta e Maria Zanatta, di Sante e Teresa Colusso, di Giuseppe e Teresa Piovesan: tutti Visentin. I Momi, soprannome che probabilmente deriva da Domenico, di certo li troviamo in Postioma intorno al 1880, provenienti da Porcellengo. A condurveli furono Antonio (1839-1910) e Luigi (1850-1913) Visentin, figli di Giuseppe e di Maria Miglioranza. Antonio era il bisnonno di Luciano, che abita tuttora nella casa dei suoi avi. Antonio e Luigi, che avevano lasciato in Porcellengo i fratelli Angelo e Giacomo, acquistarono la casa con dodici campi di terra. Terreno che si trovava in varie località: “Montanère”, “Munèr” (al mulino Marconato), “Pra’ Grasso”, Santa Lucia, Castagnole, “Buse”. A chi appartenessero in precedenza quei beni non è stato approfondito, certo è invece che in seguito i discendenti dei due fratelli si divisero pur rimanendo in Postioma. I Momi, risaputamente, erano considerati fra i più benestanti del comune di Paese, ma lo erano sicuramente anche a Caonada dove trovavano origine se potevano permettersi tali acquisti: cosa rara in quei tempi, trattandosi di contadini, gente che solitamente tirava la vita con i denti, annosamente soggiogata da nobili e signorotti che spadroneggiavano. Luigi e la sua consorte Caterina Adami, a Porcellengo erano genitori di tre figli: Marco (1873), Maria (1875) e Carlotta (1876). Trasferitisi a Postioma, ne misero al mondo altri sei: Augusta (1880), Antonio Maria (1882), Giovanni (1883), Assunta (1885), Virginia (1886), e Marco (1890), il quale nel 1913 si congiunse con Erminia Visentin (“Barnabà”) da Santa Bona di Treviso. Tredici furono i figli di Antonio Visentin e di Angela Fighera, i più nati in Porcellengo: Dionisio (1866-1941), sacerdote e parroco; Giuseppe (1868-1938), marito di Candida Pietrobon (1873); Girolamo (1870), coniuge di Giovanna Paccagnan (1874); Eugenio (1871-1910), sposato con Antonia Mattiazzi (1875); Pietro, che andò ad abitare a Lughignano; Agata (1973), che vestì l’abito religioso; Francesco (1878-1963), detto Checo-dei-Momi, coniugato con Giuseppina Favotto (1883-1968, “Smaniòti”); Maria Luigia (1881-1973), chiamata Bia, sposata con Giuseppe Bordignon (1879-1954); Filomena (1883), coniugata con Luigi Mattiazzi (1882); Giovanni Francesco (1887), rimasto celibe. C’erano stati anche Angelo (1880), deceduto in tenera età, e Virginia Caterina (1886), tenuta al fonta da Giacomo Visentin da Porcellengo. Era una famiglia di tipo patriarcale come usava in quel tempo e fu proprio questa forma di piccola società a dare benessere ai Momi, con un po’ di fortuna che non guasta mai, favorita da uno dei figli dei due capostipiti che già all’inizio secolo gestiva una specie di negozio lattiero in una dépendance dell’abitazione. Egli stesso percorrreva una notevole distanza, per quei tempi, recandosi a giorni alterni a Venezia per vendere il latte ad alcune famiglie. Vicino all’abitazione passava il canale Brentella e i Momi, già nei primi decenni del secolo XX, i Momi producevano la corrente elettrica sufficiente ad illuminare qualche stanza, servendosi di una grossa dinamo. Non c’è da meravigliarsi quindi che fossero dei benestanti considerata la loro intraprendenza. Don Dionisio Visentin venne ordinato sacerdote a Gerona (Spagna) il 9 giugno 1896, dove per lunghi anni fu maestro di scuola elementare e di agricoltura. Fu poi cooperatore a Caerano S. Marco, Spresiano, Nervesa, Zero Branco, Volpago del Montello e Resana. Nel 1919 entrò come parroco a S. Floriano di Castelfranco Veneto e poi, dal 1927, a Conscio, dove finì i suoi giorni tra le lacrime dei suoi parrocchiani. Era il 22 luglio 1941, anno in cui in Europa soffiavano impetuosi i venti di guerra. Il fratello Giovanni per lunghi anni fu accanto a don Dionisio. Era il suo più stretto collaboratore, un uomo tuttofare, del quale si fidava ciecamente. Erano stati insieme in Spagna e poi a Conscio quando Don Dionisio era parroco. Alla morte del sacerdote, Giovanni, che era chiamato “Spagnol” proprio per aver seguito il fratello nella caliente terra dei tori e del flamenco, fece ritorno in Postioma, in casa del fratello Giuseppe, dedicandosi al lavoro campestre e alla stalla…

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