presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Baratto (“Baràti”)

barattoA Paese (Treviso-Italy) i Baratto giunsero provenienti dai Colli Berici, e precisamente da Nanto, ma erano originari della Val Chiampo, da Arzignano, dove nella ridente Lessinia abitava il capostipite Giovanni (1810) e la sua sposa Regina Bonato (1813), svolgendo l’attività di conciatori di pelli. Lasciata Arzignano, i due sposi si trasferirono a Nanto (Vicenza) dove, vista la consolidata esperienza, si misero a costruire calzature in legno e pelle come si usava a quei tempi. Erano genitori di sette eredi, tra i quali Lucia (1857), andata sposa ad un certo Parisotto di Pordenone, e Antonio (1859-1953), che si coniugò con la nantese Santa Tommasetto (1871-1935). Antonio, a ventisei anni fu assunto nelle Ferrovie Venete; una vera fortuna per quei tempi. Con la moglie, abitando nel casello, gestiva un passaggio a livello sulla linea Treviso-Vicenza, ad Albaredo, poco lontano dalla stazione segnalando l’arrivo del treno, di giorno con la tromba e sbarrando la strada con dei cavalletti e di notte facendo oscillare una lanterna. La ferrovia era ancora a binario unico. In caso di nebbia collocava dei petardi sulle rotaie, in modo che il macchinista sapesse in anticipo che si trovava in prossimità del fiammoforo, il faro ferroviario dove si collocavano i segnali luminosi convenzionali. Antonio era stato fidanzato con una ragazza che alla prospettiva di andare lontano dalla famiglia l’aveva lasciato. Fu allora che si era fatta avanti Santa Tommasetto, con la quale concretò il contratto di nozze. Nove furono i discendenti di questi due coniugi. Giuseppe (1888-1912), il primogenito, era probabilmente operaio tessile, giacché morì in Recoaro, nell’Alto Vicentino dove era già molto sviluppata la cultura industriale. Giuseppe aveva un figlio di nome Giovanni. Mentre Antonio Baratto era dipendente delle ferrovie, capo di una squadra di operai, il figlio Girolamo fu assunto nell’impresa dell’ing. Bissoni di Padova incaricata della costruzione del secondo binario. Nel 1912, terminata la posa delle rotaie, Antonio si adoperò per far assumere il ventenne Girolamo nelle Ferrovie, ma alla visita medica fu scartato per una varice ad una gamba. Per lo stesso motivo fu esonerato anche dalla leva militare. Girolamo, che aveva riposto in quell’assunzione tante speranze, si vide improvvisamente crollare il mondo addosso. Non sapeva darsi pace. Era stato idoneo per la costruzione della strada ferrata ed era scartato per l’ingaggio nelle Ferrovie. Prostrato, decise di emigrare in Canada, trovando lavoro a Thorold, nelle miniere d’oro e d’argento dell’Ontario. Vi rimase fino al 1920, anno in cui ritornò in patria per sposare Rosa Santolin da Castagnole, accasandosi in Via Piave, nelle adiacenze dell’osteria di “Piero dea Ida”. Nel frattempo a suo padre Antonio era stato assegnato il casello di Monigo, che allora era frazione di Paese. Arrivato il tempo del pensionamento e lasciato il casello nelle mani di un collega, Antonio andò ad abitare a Paese, in una casa presa in affitto da Domenico Favero (“Castaldón”) convivendo con il figlio Girolamo e la sua sposa. Fu in questa casa che videro la luce Giuseppe (1921-91), che si sposerà con Caterina Favaro da Istrana, e Angelo (1923), marito di Dina Sartori (1929) da Faè di Oderzo, dal quale abbiamo appreso queste memorie. Un nuovo trasferimento della famiglia avvenne nel 1929, quando in località Pasine, nel borgo di Villa, ora Via Oston, i Baratto costruirono la loro prima abitazione. Girolamo infatti, tornato dall’emigrazione canadese, aveva fondato una piccola azienda in proprio di manutenzione e risanamento di linee ferroviarie, grazie anche alle amicizie vantate da suo padre. Con i risparmi messi da parte acquistò un terreno di circa ottomila metri quadrati, costruendovi la casa. Qui vennero al mondo Maria (1930), andata sposa a Remigio Rosin da Ospedaletto d’Istrana, e Antonio (1934-76), rimasto celibe, deceduto a Edmonton (Canada), dopo che, nel 1954, era emigrato con un contratto di operaio della Compagnia Ferroviaria Canadese. Angelo, secondogenito di Girolamo, fin da giovanissimo era appassionato di meccanica. La sua voglia di affermarsi lo portò a frequentare la scuola di disegno per acquisire una buona specializzazione che si concretò all’O.M.T., fabbrica che produceva materiali per la Marina Militare. Fu qui che si fece conoscere da un graduato che lo propose per la leva, con il compito di meccanico... Il 20 ottobre 1943 s’imbarcò sull’incrociatore leggero “Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi”, nave dell’Ottava Divisione Navale, che, partita da Genova il 9 settembre, era approdata a Capo Bon, in Tunisia, raggiungendo quindi Taranto, mentre gli Alleati, mettendo in atto l’Operazione Avalanche (Valanga), avevano già iniziato il processo di liberazione del territorio italiano dai nazifascisti mettendo in atto un'operazione militare anfibia di fondamentale importanza. Si scrisse quel giorno una pagina di storia che segnò una svolta epocale, ci fu una battaglia colossale, superata più tardi solo dal D-day in Normandia (6 giugno 1944)…

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