presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Berti

Andava incontro al sole per la polverosa strada campestre parallela alla Cal Trevisana, con il carretto trainato da due buoi su cui aveva posto poche masserizie, dei ruspanti e un maialino. Percorso un tratto di campagna e superato alcuni boschetti, aveva attraversato la Postumia Romana e il sobborgo di Porcellengo. Per la scarsità di spazio, correva l’anno 1786, Angelo Berti, “oriundo da Musano”, aveva lasciato la dimora paterna per accasarsi a Paese con Domenica Zannoni, che gli aveva dato tre figli: Antonio (1788-1835), Giuseppe e Pietro (m. 1852). Con questi antesignani metteva radici nella campagna paesana, al civico 185 (attuale Via Gorizia, laterale di Via Sovernigo), i capifila della lunga stirpe dei Berti. Questo cognome figurava a Paese già nel XVI secolo, come emerge dal “Registro entrata biave dal territorio” dell’epoca. Nel 1549 c’erano Baldissera, Hieronimo, Gaspero e Santo, tutti “di Berti” da Villa, sobborgo di Paese. Quest’ultimo annotato con quattro bocche utili e dieci inutili (quest’ultime riferite a persone al di sotto dei 16 e sopra i 60 anni: vecchi, donne, bambini, orfani e trovatelli). Nel 1569, ai primi, si erano aggiunti Thomio, Menego e Bona. Nel 1619 oltre a Gasparo con tredici bocche, risultavano anche Menego, Nocente e Bernardo. Si trattava probabilmente di un benestante casato veneziano. Testimonianze inequivocabili emergono anche dall’archivio parrocchiale di Paese, estratte dal registro dei morti: “Donna Francesca, consorte di Pollo di Berti da Villa, d’età d’anni 60 circa, morta il 20 maggio 1619”. Un’altra recita così: “Menega dell’Hospedal, tenuta da sier Menego di Berti da Villa e Donna Pasqua sua moglie, morta il 26 febraro 1620 a tre anni”. Anche nel registro dei nati dell’epoca emergono i Berti: “Catta (Catterina) di Agnolo Berti da Villa e di Menega sua legittima consorte, nata il 10 genaro 1636”; “Piero di Pasqual Berti da Villa e di Bianca Severin di Alvise da Villa, uniti in matrimonio il 29 Ottobre 1653”. Questi avevano altre due figlie: Pellegrina (1641) e Maria (1643). Non si sa con precisione dove questa famiglia fosse ubicata, certo è che esisteva ai tempi dei Loredan, la cui contemporaneità potrebbe configurare qualche attinenza. In ogni caso, tra questi e quelli giunti da Musano ci sono in relazione varie omonimie. Un altro riscontro viene dal registro dei morti del 1667, in cui si legge che il 21 Maggio moriva Anzolo Berti di 28 anni in circa. Pure dal libro dei matrimoni si riscontra che, “Adi 3 Maggio 1661, fatte lo solite pubblicazioni conforme il S. Concilio di Trento si sono sposati Antonio Berti da Levada et Gasparina Piasetta di questa parrocchia. Testimoni Mattio Bassio et Piero Severini. Assistente il P. Soane Curato”. Angelo e Antonio, due nomi che si tramandano incredibilmente fino ai giorni nostri in casa Berti. Nel 1786 la Serenissima, dopo tante gloriose conquiste marinare, volgeva al tramonto. Nello stesso anno gli inglesi inviavano condannati politici, soprattutto irlandesi, a colonizzare l’Australia da poco scoperta. Simultaneamente si scopriva che l’acqua, il bene più prezioso, è formata da idrogeno ed ossigeno. Tutto ciò, a dir il vero, non poteva interessare al villico Angelo, che con la civilizzazione dell’Australia aveva in comune solo la coincidenza dell’emigrazione e la ricerca del modo meno cruento per sbarcare il lunario. Di chi fossero quei beni che prendeva in carico non è saputo, certo è invece che, alla fine del XIX secolo, il patrimonio apparteneva ai Bonali di Castagnole, famiglia borghese, che lo cedette in seguito ai Miglioranza da Falzè di Trevignano. Antonio e Pietro si sposarono a Paese nel 1806, a distanza di quattro giorni l’uno dall’altro, rispettivamente con Angela Pillon (1788-1852) e Maddalena Venturin. Nel registro dei matrimoni apposero una croce perché illetterati. Maddalena fece appena in tempo a dare a Pietro una figlia, Angela (1822), prima di morire nel 1825 probabilmente di parto. Antonio e Angela generarono nove figli fra il 1807 e il 1829, Perina era la primogenita. C’era poi Pietro (1808-55), che sposata Felicita Bedin, divenne padre di tre figli prima di essere annientato dal colera a quarantasette anni. Per lo stesso morbo, perì anche il fratello Luigi (1818-55). Nel 1855, a Paese, il “cholèra” fece una vera strage: morirono 159 persone, comprese alcune di tifo e d’altri mali. Un’enormità se si considera che in tutto il territorio comunale, che comprendeva oltre al capoluogo anche Castagnole e Monigo, si contavano circa 2.300 abitanti. I decessi avvennero soprattutto nei mesi estivi e per contenere il contagio i cadaveri venivano sepolti di notte. Ad aprire la fila, il 26 Maggio, fu Pietro Marcon di Sebastiano e Anna De Marchi. In assenza di medicinali va da sé che quando scoppiava un’epidemia era difficile se non impossibile arrestarla. La mancanza d’igiene e la cronica scarsità di cibo facevano il resto. Non era la prima volta che il territorio era colpito da questo flagello. Già nel 1676 c’erano stati 75 morti, compreso un “Lorenzo, figliuolo di Bernardo di Berti che morse (morì) di due anni il 18 settembre”. Terzogenito di Antonio era Angelo (1813), cui fu imposto il nome del nonno, si congiunse a Margherita De Marchi da Falzè di Trevignano. C’era stato poi, per soli tre giorni, Giovanni (1816). Saltando Luigi, c’era Paolo Bartolomeo (1820), poi ancora Giovanni (1822-82), che unitosi a Giovanna Trevisan, fu precursore di una nutrita discendenza. Poi Giobatta (1826-29), e Francesco (1829), deceduto pure nel 1855 per turbercolosi. Nel registro dei defunti il parroco Sante Donato scrisse che “andò a godere la gloria del cielo”. La casa dei Berti quell’anno fu letteralmente falcidiata: morirono cinque suoi membri di cui quattro di colera. La dimora familiare era un gran fabbricato di tre piani, ancora ben conservato, che nulla aveva da invidiare ad una caserma. Al piano terra la spaziosa cucina e una stanza da letto, oltre alle cantine, alle stalle e tre porticati, per una lunghezza d’alcune decine di metri. Al primo piano i cameroni, dove dormiva l’allegra brigata, un miscuglio di grandi e piccoli. All’ultimo piano c’erano i granai. Circondavano la casa venticinque campi di terra, sufficienti a dar lavoro a più famiglie, ma non a sfamarle perché una grossa parte del raccolto se n’andava per l’affitto. Col tempo la maestosa costruzione arrivò a contenere oltre sessanta individui, mentre nella stalla erano custoditi altrettanti quadrupedi. All’esterno l'ampio cortile costituiva il libero territorio di numerosi ruspanti che sconfinavano a volte anche all’interno dell’abitazione. Ad Angelo e Margherita nacquero due figli: Giobatta (1841-1917) e Antonio (1843-1924). Il primo si unì ad Antonia De Rossi (1847) dei “Fermi” da Sovernigo; il secondo si sposò con Maria Catterina Grespan, che partorì sette discendenti. Furono questi due capostipiti a traghettare i Berti nel ventesimo secolo e a dar origine ad una variegata discendenza, che va tuttora estendendosi in Italia e nel mondo. A scorrerne l’albero genealogico, emerge una costante in fatto d’omonimie: nell’arco di due secoli il nome Angelo figura sedici volte, Antonio nove, Luigi dodici, Giobatta o Giovanni ben diciotto, intesi come maschi e femmine. Ricorrenti anche i parti gemellari. Giobatta e Antonia divennero genitori d’otto figli, comprese due coppie gemellari, anche se pochi sopravvissero alla mortalità infantile e al flagello delle malattie dell’epoca: Luigi (1869-69); Maria Luigia (1871); Angela (1874), che si accasò a Domenico De Rossi (1870); i gemelli Giovanni e Francesco (1877), vissuti pochi giorni; Veronica (1879-1981), divenuta religiosa cambiando il nome in suor Giovacchina; Giovanni-Francesco (1885-1956), gemello di Anna-Elisabetta, che abbracciò l’Ordine delle Francescane Stimmatine sulle orme della sorella, assumendo il nome di Suor Bianca. Nel 1873, a Paese morirono cinquantasette persone, che salirono a sessantadue l’anno seguente e altrettante nel 1875, e ciò su una popolazione di circa duemila unità. La malattia più ricorrente era lo spasmo (o spasimo, spasemo), quindi la tubercolosi, la febbre tisica, la pellagra e la gastrite. Si moriva anche per nevrasi antica, gastroenterite, vizio precordiale, cardio arterite puerperale, angina difterica, paralisi, apoplesia, sciro allo stomaco, febbre puerperale e parto stentato, asma, vomita polmonare, emorragia ombelicale, imperfetto sviluppo, tabe miseraica, perfino per decrepitezza e morte subitanea. Insomma per lasciare questo mondo bastava veramente poco. Da notare che sui registri di morte si parla sempre di “passaggio a miglior vita”. Erano gli anni coincidenti con la Grande Crisi, seguiti da un’intensa emigrazione, in particolare verso il Sudamerica. Veronica Berti lasciò la famiglia il 18 aprile 1903 per farsi suora stimmatina. L’otto novembre1904 indossava per la prima volta l'abito religioso. Nel 1929, da superiora, festeggiò a Ferrara il primo giubileo, operò poi nell’Istituto San Carlo di Firenze-Castello. Nel 1973, per la sua avanzata età, fu trasferita nel quartiere fiorentino Galluzzo, nell'infermeria del convento "Il Portico". Tornò per l’ultima volta a Paese nel 1979, quando fu festeggiata per i suoi cent’anni e i 75 di professione religiosa. Morì nel 1981 all’età di 102 anni e nove mesi. Giovanni-Francesco era sposato con Luigia Miglioranza (1889-1964) figlia di Luigi, dei “Pitèri” da Villa e di Maddalena-Margherita Berti (1857-1930), di Giuseppe (1835) e Piccoli Teresa. Anche in Luigia scorreva quindi il sangue dei Berti. Giovanni (Nàni) e Luigia (Jìja), lasciato il casermone dei Berti, in cambio d’alcuni servizi poterono sistemarsi in una casetta confinante con il cortile dei “Biscari” in Villa Panizza, poi in quella di De Lazzari (“Matonèl”), al civico 27 di Via Trieste, verso la Castretta (ora Via Asiago), ceduta in seguito a Silvio Polin (“Frédi”). Giovanni faceva il salumiere da Frezza, a Treviso, ma era chiamato anche per le case ad ammazzare i maiali e a confezionare insaccati, era famoso per questo. Quello di “salamèr” fu mestiere comune nei vari rami dei Berti. I due coniugi generarono due figli, Giobatta (1918-94) e Angelo (1922-99), che furono cresimati dal vescovo diocesano, mons. Andrea Giacinto Longhin, proclamato beato nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II. Il primo si sposò con Maria Gabriella Carestiato (1920-97), da tutti conosciuta come Marcella, figlia di Giuseppe e di Santa Vanin da Quinto: erano i genitori di chi scrive. Ebbero sei figli fra il 1946 e il 1957: Anna primogenita (1946); Mariano (1948); Antonietta e Vicenzo (1950-50), morti rispettivamente di enterocolite e di brocopolmonite; Antonietta (1951); Giovanni (1957), cui era stato imposto il nome del nonno. Nel 1956 assistetti al trapasso del nonno, che da tempo era cardiopatico. Fu quella la prima volta che entrai in contatto diretto con il mistero della morte. Ricordo ancora i suoi ultimi istanti mentre ripeteva l’atto di dolore e le invocazioni “a nostro Signore”, suggerite con voce determinata da Alessandro Schiavinato (1885-1970), come chi teme di vedersi sfuggire l’estrema opportunità. “Insandro Panìssa”, così era soprannominato Schiavinato, se lo accarezzava come si coccola un bambino, cosciente di accompagnare questo fratello fino alla soglia del Regno dei Cieli. Di scene come questa nella mia vita non ne ho riviste. Erano tempi di grande indigenza. Non scappava a questa regola la nostra famiglia, eppure avevamo sempre un pezzo di pane per chi stava peggio di noi. Quando facevamo la carità a un questuante era il nostro riscatto, perché ci sentivamo meno poveri. Dormivamo, mia sorella, la nonna e io, in una specie di granaio che aveva il pavimento d’assi particolarmente degradate. Al piano terra, sotto questo locale, c’era la stalla con tre quadrupedi: oltre alla nostra mucca anche quelle della famiglia di Giovanni Polin. Talvolta, all’alba, quand’eravamo ancora a letto, la signora Ida, sorella di Giovanni, ripuliva la stalla dal letame, sollevando un tanfo che toglieva il respiro e costringendoci ad abbandonare la “camera” o a ficcarci sotto le coperte. La stanza non era soffittata, sopra di noi travi e tavelle che nei mesi invernali brillavano per il ghiaccio. Ai tre fori-finestra c’erano solo gli scuri, oltretutto ad una pericolosa altezza di mezzo metro. In un angolo si teneva il vaso da notte. I servizi igienici erano inesistenti; l’unico cesso, di canne, era all’esterno a fianco della concimaia. Ogni tanto si vedevano dei topi percorrere tranquillamente le travi del sottotetto o il filo elettrico che alimentava la lampadina col piatto, mentre di notte s’udiva il sommesso rosicchiare fra le pannocchie stivate sotto i letti: era il loro ambiente naturale, non il nostro. Noi bambini temevamo che nel sonno i roditori ci mangiassero le orecchie, come avevamo sentito raccontare. In un ambiente così malsano era difficile sopravvivere; a due anni rischiai di andare all’altro mondo per broncopolmonite, come capitò ai miei due fratellini gemelli, Antonietta e Vincenzino. Sui piccoli tumuli di terra furono piantate due bandierine di legno pitturate da Berto Rossato, con i dati anagrafici. La nostra era l’ultima casa prima dell’aperta campagna. La Castretta (o Ca’ Stretta) della mia infanzia era molto frequentata, personalmente la conoscevo come le mie tasche. Ricordo le veloci scarpinate per sfuggire alla siringa della signora Ermida Pian, moglie di Zefferino Barbisan. Rimanemmo a Sovernigo fino al tempo del boom economico, quando, morta la nonna, ci trasferimmo nella nuova casa in Via Treforni, costruita in economia di sabato e domenica. Era l’inizio della primavera del 1965: l’alba di una nuova era nella nostra famiglia.

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