presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Bertuola (“Fàvari”)

bertuolaI Bertuola di Postioma sono soprannominati ”Fàvari” (da fabbro) perché fin da tempi assai lontani in famiglia si lavorava il ferro, mestiere che continua tuttora in modo evoluto. Pure coloro che nel tempo si sono staccati dal ceppo storico, ad esempio quelli di Castagnole, hanno esportato quest’innata passione, diventata una tradizione ma soprattutto una professione che ha permesso lo sviluppo del casato. Bertuola, potrebbe derivare da Alberto o Bartolomeo. Si tratta certamente di un cognome veneto, tuttora diffuso prevalentemente nella Marca Trevigiana. In provincia di Treviso-Italy, oltre che nel territorio comunale di Paese, sono diffusi in quello di Volpago, in particolare a Selva del Montello, lungo la Schiavonesca Vecchia da dove sembra provengano anche i “Favari” di Postioma. A “divorziare” dal Montello per Postioma, fu probabilmente Antonio (1828), figlio di Giuseppe Bertuola (1786) figlio di Sante e di Domenica Martini (1795). L’evento si concretò nel 1856 con il matrimonio tra Antonio e Anna Bordignon (1829). Furono questi, infatti, i precursori di una lunga discendenza di fabbri e di falegnami, mestieri che si tramandano tuttora. Nel 1760, al tempo in cui Sante, il capostipite dei Bertuola veniva al mondo, era in corso la Guerra dei Sette Anni, durante la quale emergeva uno dei più grandi esploratori di tutti i tempi: l’inglese James Cook (1728), uno sbalorditivo esploratore, geografo e stratega tale da meritarsi una bruciante carriera. Non era tuttavia la carriera in quanto tale che importava a Cook perché voleva soddisfare la sete di avventura, il bisogno di scoprire il nuovo, di vagabondare su quel mare dolce e crudele che lo attraeva irresistibilmente. Un po’ di questo spirito d’avventura forse animava anche il giovane contemporaneo, Antonio Bertuola, quando si distaccò dal suo paese natale per approdare a Postioma. Dove abitasse in origine con la sposa Anna Bordignon, solo Dio lo sa. È in ogni modo noto che uno dei loro quattro figli, Luigi (1862-1923), era fattore in Villa Labia, amministratore dei beni di un signorotto veneziano. Questi possedeva una barca sulla quale trascorreva talvolta il suo tempo libero. La teneva in un laghetto artificiale, una cava di ghiaia e sabbia nei pressi del cimitero, dalla quale era stato estratto del materiale ghiaioso per la costruzione della massicciata della ferrovia Treviso-Montebelluna. Luigi Bertuola era amministratore comunale. Andava fino al municipio di Paese a piedi. Di mestiere faceva il marangon (falegname). Fu lui ad inaugurare la lunga discendenza dei Bertuola falegnami. I suoi fratelli erano: Giovanni (1858-1935), che faceva il fabbro ed era sposato con Romana Gasparetto (1867-1950); Sante (1860-1942), coniugato con Elisabetta Cisilotto (1865-1951); Giuseppe (1868-1947), celibe, agricoltore... Luigi, lasciata la dépendance di Villa Labia e il compito di castaldo, si costruì la casa nuova nell’attuale Via Corazzin, dove, pur appartenendo ai “Favari”, sviluppò l’attività di falegname, dividendola con quella di agricoltore, dalla quale non si poteva prescindere giacché era una fonte certa di sussistenza anche in tempi di vacche magre. A volte l’attività di falegname lo portava lontano da Postioma. Partiva il lunedì mattina caricandosi sulla spalla la sporta di paglia con pochi arnesi: pialla, martello, tenaglia, scalpello da legno e chiodi di varie lunghezze. Ritornava al sabato sera con i giusti denari guadagnati. Andava a piedi fino a Onigo, Pederobba, S. Andrea Barbarana, ovunque ci fossero opportunità di guadagnare qualcosa. Non da meno fu poi Antonio, il figlio carpentiere che andava anche più lontano, fino a Bassano del Grappa a costruire tetti. Oltre alla casa Luigi possedeva una dozzina di campi di terra alle "Casette”, nei pressi dell’abitazione e in Via F.lli Bianchin, nelle adiacenze del cimitero. Luigi si era congiunto a Teresa Magoga (1864-1941) da Saletto di Breda di Piave nel 1894. La moglie era donna semplice e dal gran cuore, che sapeva mettere allegria anche nelle situazioni più crude. Al pomeriggio estraeva dalla traversa (grembiale) dei pezzi di pane per i nipoti, sui quali aveva scritto preventivamente a lapis i loro nomi perché non litigassero. Prima di accasarsi in Bertuola, era stata collaboratrice domestica, ma allora si diceva “serva”, in una famiglia nobile di Monigo dove s’era guadagnata considerazione e fiducia. I coniugi Luigi e Teresa ebbero cinque eredi, quattro di sesso maschile. Primogenito era Antonio (1895-1969), marito della compaesana Maddalena Mattiazzi (1897); c’era poi Giacomo (1898-1986), sposato con Virginia Trentin (1903-81); terzo era Angelo (1900-82), la cui sposa era Giacinta Visentin (1905-88); penultimo era Matteo (1893), celibe, emigrato in Argentina dopo la Grande Guerra, dove finì i suoi giorni senza rivedere il paese natale; la più giovane era Maria (1903-88), andata sposa a Cesare Volpato (1902-75). Come accennato, Antonio raccolse il testimone di falegname, mestiere acquisito dall’esperienza di suo padre. Fu soprannominato “Tòni Tacón” perché eseguiva riparazioni mettendoci delle toppe lignee. Per un lungo periodo, nei primi decenni del secolo scorso, fu l’unico falegname in Postioma…

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