presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Bianchin (“Toffolonét”)

bianchin03La famiglia Bianchin qui raccontata non è di Paese, ma di Nogarè, frazione di Crocetta del Montello (Treviso-Italia). A far luce sui suoi antenati è una Bianchin che a Paese abita da oltre cinquant’anni, si tratta di Maria (1917), detta Luisa, vedova di Giuseppe Vendramin (1914-98), da tutti conosciuta per essere stata ostetrica, o meglio “levatrice” o “comadre”, come si usava chiamare questa professione ai suoi tempi. I Bianchin di Nogaré erano soprannominati “Toffolon” e “Toffolonet”, nomignoli attribuiti per distinguere due rami della stessa famiglia. In particolare i Toffolonet discendono da un precursore basso di statura. Era questi l’antenato di Maria Bianchin. Il nonno si chiamava Pietro ed era marito di una certa Luisa da Volpago del Montello. Pietro, che era venuto al mondo intorno alla metà del XIX secolo, si era sposato alla non più giovane età di sessantotto anni, con la ventiquattrenne Luisa: un evento raro per quel tempo. Quale sia stata la causa di questo straordinario connubio non è saputo, anche se si possono trarre delle deduzioni. Fatto è che Luisa morì ancora giovane, tuttavia dopo il trapasso dell’attempato marito. I due fecero venire al mondo Maria (1884-1957) detta Jaja, rimasta nubile, e Pietro Pasquale (1885-1977) che si coniugò con la coetanea Angela Pincin (1885-1927), pure di Nogarè. Pincin è tuttora un cognome assai raro, presente solo in una ventina di comuni italiani, prevalentemente nel Veneto e nel Friuli, particolarmente nel Triestino, ma qualcuno si trova anche in Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, e soprattutto a Crocetta del Montello. Pietro Pasquale, ma tutti lo conoscevano per il solo secondo nome, e Angela Pincin si unirono in matrimonio nel 1911. Il pranzo di nozze fu consumato con i ruspanti del pollaio sotto il portico di casa. I Bianchin erano una famiglia di contadini che potevano vantare una certa agiatezza. Erano infatti proprietari della casa, ma anche di una decina di campi di terra e di altre due case che concedevano in affitto con un campetto di terra ciascuna. Abitavano in Via Del Cristo a Crocetta Bassa, al confine tra Crocetta del Montello e Nogarè, sulla strada che conduce all’epica collina. Pietro, nel 1866 aveva partecipato alla Guerra d’Indipendenza sul Mincio. Suo figlio Pasquale, sergente del 7° Alpini, Battaglione Feltre, si era fatto onore sulle Tofane, sopra Cortina d’Ampezzo, durante la Grande Guerra rimanendo ferito da una scheggia di granata mentre andava all’assalto gridando come un disperato. In seguito a quest’episodio gli era stata promessa una decorazione, che non arrivò mai. Succedeva a quei tempi che qualcuno si attribuisse meriti non suoi e ne beneficiasse al posto del vero eroe. La promozione al grado superiore gli fu tuttavia attribuita nel dopoguerra. Dopo il congedo, raccontava spesso agli amici, seduto davanti al larin, le vicende della guerra sulle cime dolomitiche, rievocava in particolar modo l’esplosione del Castelletto e i numerosi compagni caduti eroicamente, rimasti per sempre sulle montagne bellunesi e trentine. Talvolta dopo un buon bicchiere di rosso il gruppetto si metteva a cantare in loro onore: “Se tu vens càssu ta cretis / là che lor mi an soterat / a l’è un splaz pien di stelutis / dal mio sanc l’è stat bagnat. / Par segnal une crossute…”. (dalla canzone Stelutis alpinis: “Se vieni quassù tra le rocce / dove loro mi hanno sotterrato / c’è uno spiazzo pieno di stelle alpine / dal mio sangue è stato bagnato. / Come segno c’è una croce…”). Racconti e discussioni si protrassero anche nel secondo dopoguerra quando, ormai anziano, scherzando con i figli, già alpini del Battaglione Belluno durante la seconda guerra mondiale, diceva loro: “Noi abbiamo vinto la guerra, voi l’avete persa”. Andava soprattutto fiero delle decorazioni alla bandiera del suo reggimento, anche per questo non mancava mai alle adunanze degli ex combattenti. Morì alla bell’età di novantadue anni nel 1987, cinquant’anni dopo della moglie Angela, deceduta per tubercolosi dopo una complicata gravidanza a soli quarantadue anni, la quale gli aveva dato cinque figli. Il primogenito Pietro (1912-95), si era coniugato a Giovanna Moretto (1914-2000), soprannominata Nella, originaria da Ciano del Montello. Era poi seguito Mario (1913-33), che perse la vita nel fiore della giovinezza per annegamento nel canale Brentella in cui era scivolato. Terza è Maria “Luisa” (1917) testimone di queste vicende; Maria aveva sposato a Nogarè, nel novembre 1951, Giuseppe Vendramin (1914-98) da Paese. Nel 1919 era venuto al mondo Quinto (1919-2001), che prese in sposa la compaesana Rosa Binotto (1915). La più giovane era Antonietta (1921-2001), convolata a nozze con Ugo, di nazionalità tedesca, conosciuto in Svizzera dov’era emigrata. Morta la mamma Angela lasciando cinque bimbi ancora in tenera età, a farsene carico fu la cognata Maria-“Jaja”, che li tenne come fossero figli suoi, dando loro tutto l’affetto e le attenzioni di cui necessitavano. Maria era una donna buona e affabile, tale che i compaesani la consideravano un angelo…

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