presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Busato (“Busàti”)

busatoI Busato arrivarono a Paese (Treviso-Italy) nell’immediato ultimo dopoguerra, provenendo da San Giuseppe di Treviso con Vittorio, membro di una gran famiglia patriarcale, contadina. Erano mezzadri di un certo Pietrobon, possidente veneziano, per conto del quale lavoravano una trentina di campi, terreno poi espropriato e ceduto a cavallo delle due guerre mondiali per la costruzione dell’aeroporto di Treviso. La casa colonica che occupavano era un fabbricato strutturato a forma d’elle maiuscola, con due ali rispettivamente di mt. 15 e mt. 12, tuttora visibile in Via Noalese, località “Moncìn”, ora disabitata e utilizzata per attività agricola. Nel 1945, finita la guerra, dava ricovero a quarantacinque persone conviventi. Quattro fratelli, figli di Matteo Busato e Maria Renosto da Monigo, erano sposati sotto lo stesso tetto, con mogli e figliolanza. Si chiamavano Marco, Mario, Arturo e Vittorio, che condividevano armoniosamente la fatica e lo scarso guadagno, frutto di un modo di coltivare ancora arcaico. Era una vita dura, ma senza traumi. Ogni giorno le solite cose: impastoiare e mungere le bestie due volte il giorno; curare la stalla e recarsi nei campi, dove c’era sempre molto da fare, salvo che nei mesi invernali. Un giorno però tutto fu rimesso in discussione e la vita dei Busato fu sconvolta. Dopo la Grande Guerra, nella quale furono impiegati i primi aeroplani da combattimento, con le ali di tela, l’industria aeronautica aveva fatto dei passi da gigante, conseguentemente fu necessario costruire aeroporti adatti alle nuove macchine volanti, sempre più complicate e veloci. Treviso, già teatro strategico, dovette essere dotata di un aeroporto e la scelta del sito cadde proprio sulla campagna di San Giuseppe, comprendente le terre lavorate dai Busato. In breve, nella loro casa nulla fu più come prima. La famiglia, con tutte le sue certezze, fu vittima di un vero sconvolgimento. Per la prima volta si smembrò e i vari nuclei presero destinazioni diverse. Solo Marco e Mario rimasero in quella casa con la poca terra salvata dall’esproprio e rimasta come buon’uscita. Arturo si trasferì a Quinto dove intraprese la professione di sarto. Mario era stato al fronte della Grande Guerra, rimanendo ferito e mutilato di un arto inferiore. A Paese i Busatto (e Busato) erano presenti già nel Seicento, ciò si riscontra dal registro dei decessi custodito nell’archivio parrocchiale: “Adi 28 Novembre 1696. Domenica figlia d’Adamo Busato, morse de 15 mesi in circa…”. Nuova testimonianza successivamente: “Adi 13 Maggio 1706. Maddalena figlia di Adamo Busato et di Maria sua lettima consorte natta questa mattina a hore 8 in circa fù battezzata da me P. Biasio Feltrino Cappellano. Padrino Bortolamio Bortolato da Sovernigo”. Vittorio Busato, nato a San Giuseppe il 12 febbraio 1900, era stato in Belgio tra il 1923 e il 1925 per estrarre il carbone dalle miniere di Marcinelle. Aveva speso quasi tre anni della sua giovinezza chiuso nelle viscere terrestri per cercare di dare dignità alla sua esistenza appiattita dal lavoro della terra, una condizione che nella sua famiglia esisteva da sempre senza che avesse apportato mai dei veri progressi. Vittorio s’innamorò di Dorina Barbisan (1911-99), dei “Binéti” da Sovernigo, figlia di Giuseppe e di Giovanna D’Alessi. Era stata battezzata con il nome di Eugenia Domenica, ma registrata all’anagrafe comunale come Dorina, così infatti fu sempre chiamata. I due promessi, di professione contadini, si sposarono a Paese il 18 novembre 1933, andando ad abitare nella casa dei “Busati” a San Giuseppe finché non arrivò lo sfratto. In quella dimora erano intanto nati i figli Renato (1935-35) e Silvana (1936). Lasciato il paese di San Giuseppe, Vittorio e Dorina, con la figlioletta, andarono ad abitare per qualche tempo a Sovernigo in casa di Giuseppe “Binéto”, padre di Dorina… Nel 1945, mentre diventava padre per la sesta volta, Vittorio prestava servizio per gli inglesi accampati con le tende di fronte al municipio di Paese di allora, attuale sede della direzione didattica. Il comando era invece insediato in villa Onesti. I Busato avevano trovato sistemazione nel gran caseggiato tra il municipio e la villa, che a quel tempo era proprietà degli Onesti. Nello stesso fabbricato, chiamato popolarmente “il casamento”, avevano trovato rifugio ben quattordici famiglie di sfollati. Non pagavano pigioni per quella provvisoria situazione, tuttavia dovettero adattarsi alla convivenza e anche alla mancanza di intimità. I vari nuclei erano isolati da sottili pareti di cartone e da tavole sottratte alle trincee ancora esistenti dietro la sede municipale, in sostanza dove attualmente c’è lo stadio di calcio comunale. All’interno dello stesso caseggiato, sotto la scala che saliva al piano superiore, i Busato tenevano il maiale, praticamente nell’anticamera della cucina. Ma non era il solo animale della casa perché anche le altre famiglie tenevano le loro bestie all’interno dello stabile. Si temeva infatti che fossero rubate ed erano la sola ricchezza di quella povera gente. Oltre ai Busato c’erano gli Zamin, i Mason, i Bettio (“Basachi”), i Vedelago (“Crièa”), poi una famiglia da Trieste e un’altra sfollata da Treviso durante il bombardamento del 7 aprile 1944, ed altre ancora...

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