presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Cason (“Fazio”)

casonTrovano probabilmente origine nella montagna veneta i Cason, un cognome che sembrerebbe derivare però più dai tipici avamposti lagunari dei pescatori e dei cacciatori. Di fatto, la maggior diffusione di queste famiglie si trova fra le montagne del Veneto, con una consistente presenza anche in Lombardia dove emigrarono nel periodo della Rivoluzione Industriale. Nel comune di Paese (Treviso-Italiy), i Cason, soprannominati “Fazio”, risiedono nella piccola frazione di Porcellengo fin dall’Ottocento, quando vi giunsero provenendo da Giavera del Montello fittavoli nella quattrocentesca casa padronale dell’Istituto Provinciale per l’Infanzia S. Maria della Pietà di Venezia (già Istituto degli Esposti). Erano almeno tre le famiglie omonime di lontana parentela che lavoravano insieme trenta ettari di terra, ma che conobbero anche la dura esperienza dell’emigrazione. Il soprannome “Fazio” potrebbe derivare da un antenato di nome Bonifacio. Il nucleo di Porcellengo tuttavia sembra avere sangue tedesco, se è vero che, come da notizie tramandate, il trisnonno dei fratelli Albino e Natalino Cason, era un soldato germanico, orfano di famiglia, “adottato” dalla compagine del Montello. Questi trovò sistemazione con una del posto, generando Luigi (deceduto intorno al 1880), che fu padre di Angelo (m. 1929), marito di Gioseffa Tocchetto da Venegazzù (morta intorno al 1940). Erano questi i nonni dei due fratelli che abitano tuttora a fianco del decadente edificio, testimone nel passato di tanta animazione. Il fabbricato di quaranta metri di lunghezza, era a due piani ed aveva cinque porticati ad arco. Fu costruito in due periodi separati e comprendeva oltre alle abitazioni, le stalle, i granai e il fienile. In epoca recente fu rinforzato con quattro alte colonne di pietra per evitare il crollo del tetto. Nel primo dopoguerra in questo edificio si gestiva la monta taurina e in periodo di fecondità i contadini arrivavano con le loro bestie anche dai paesi vicini, quali Merlengo, Paderno e Musano e altri. Alla domenica, il padrone di casa andava a riscuotere il dovuto sul suo calessino trainato dalla cavalla, così passava la giornata festiva, ritornando sempre un po’ brillo. Per le famiglie Cason, viste le tante bocche da sfamare, era un’esistenza assai dura perché si doveva onorare l’impegno di pagare l’affitto “a generis”, in altre parole portando il ricavato ai padroni nella misura del 61%. Per far ciò ci si doveva recare a Ponzano, nella ex Villa Minelli, dove c’era la sede territoriale degli Esposti gestita da un amministratore. Il contratto però era stato stipulato in Venezia. Cereali, ma anche capponi, polli, tacchini, oche e anatre, tutto andava bene per saldare il dovuto, con le onoranze per l’amministratore, mentre i Cason dovevano privarsi anche del pane se l’annata era stata scarsa. Soprattutto il tempo di guerra fu assai duro, essendo diventata la campagna insicura per il continuo sorvolo d’aerei che bombardavano ovunque ci fosse il sospetto di qualche resistenza nemica. Vittorio Angelo e Antonio Valentino (“Lolo”), nel dopoguerra emigrarono in Francia a mettere in pratica l’unico mestiere di cui erano capaci: i contadini, condizione però più favorevole di quella dei lavoratori della terra italiani perché lo Stato Francese passava loro anche gli assegni familiari per i figli a carico. Antonio Valentino di figli ne aveva ben undici e ciò gli permise di cavarsela discretamente. Tuttora la sua discendenza prolifica in Toulouse e dintorni, dove inizialmente i Cason avevano assunto in carico circa cento campi di terra collinosa. Pochi meno ne aveva anche Vittorio Angelo che si spostò a circa settanta chilometri da Antonio. Tenevano anche degli armenti ovini con i quali praticavano la pastorizia, ma con il passare del tempo e l’avvento di nuove generazioni tutti lasciarono quei mestieri preferendo altre professioni. Particolarmente praticata era la casa dei Cason a Porcellengo durante il periodo fascista. Nel 1926 Rosa Virginia, chiamata semplicemente Virginia, si sposò con un Favaro da Venegazzù, conosciuto nel periodo in cui era stata a servire in una casa benestante di quella località. La cerimonia nuziale fu celebrata nella chiesa parrocchiale di Porcellengo, recandosi poi per il pranzo all’osteria di Francescato. A sera, con i carretti e calessi, parenti ed amici accompagnarono gli sposi a Venegazzù, ignari che in casa dei Cason a Porcellengo si presentava nel frattempo una squadraccia fascista, per dare una lezione ai Cason, ritenuti amici del parroco, Don Giuseppe, di dichiarata fede antifascista, che era stato invitato al pranzo di nozze. Le sorelle di Virginia erano poi colpevoli di appartenere al coro parrocchiale. Ci fu molto spavento in casa, dove erano rimaste le sole donne. Le Camicie Nere rovistarono ovunque in cerca di chissà quali “prove” che inchiodassero alle loro responsabilità gli uomini della famiglia, soprattutto il padrone di casa. Lì si trovava anche Anna Maria Schiavon (1902-82), moglie di Emilio, che da soli venti giorni aveva partorito un figlio. Tale fu lo spaventò che in seguito le venne a mancare il latte e perse il bimbo. L’ostetrica sporse denuncia e ci fu anche un processo contro quei facinorosi, giovani di Porcellengo, ma anche di Castagnole e dintorni. Tornati da Venegazzù ed informati dell’incursione dalle loro congiunte, i Cason si armarono di attrezzi agricoli e si recarono in piazza a Porcellengo per dare una lezione ai manigoldi…

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