presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Condotta (“Osti”)

condottaLi chiamavano “Osti” perché gestivano la trattoria “Al Pedrocchi” di Villa, ma non solo, perché nella storia della famiglia Condotta questa è diventata una tradizione; altri esercizi pubblici li gestivano a S. Cristina di Quinto e a Morgano. I Condotta vantano una longeva discendenza in Paese (Treviso-Italy), databile intorno al 1680. Altri con lo stesso cognome sono soprannominati “Zuliàni” o “Duliàni”. La loro origine trova riscontro proprio da queste parti, anche se è sconosciuto il significato di questo appellativo, che potrebbe ricondurre ad un canale che passava nei pressi del loro originario insediamento, condotta era anche un’azione militaresca in tempo di guerra; pure la zona di cura affidata ad un medico di famiglia era chiamata così; condotta era anche il comportamento cui un tempo si dava molta importanza nell’educazione scolastica. Riguardo la genealogia per discendenza maschile degli “Osti”, le ricerche effettuate presso l’archivio parrocchiale di Paese fanno risalire ai coniugi Francesco e Anzola, databili intorno al 1680. Da questi nacque Mattio (1702) che si unì con Valentina. Seguirono poi Valentino (1740) e Paula Cavalin; quindi Antonio (1772) ed Elisabetta Vendramin, dai quali fu generato Domenico (1801), coniuge di Faustina Vendramin, generando Antonio Martino (1826) che il 4 maggio 1849 si sposò nella chiesa parrocchiale di Paese con la compaesana Domenica Mattarollo, figlia di Antonio. Nel registro dei matrimoni la sposa appose una croce perché era illetterata, cioè non sapeva leggere e scrivere. Furono questi i genitori di Giovanni (1851) che prese in moglie Anna Barbisan (1856) dei “Bini” da Sovernigo, nonni di Gino e di Anna che ci hanno introdotto nella storia della loro famiglia. Nel 1682, il botanico Grew dimostrava che le piante si riproducono sessualmente, che "sono fatte di cellule come noi, sono cose viventi". L’affermazione fu accolta come una grossa eresia. Ciò accadeva al tempo in cui venivano al mondo Francesco Condotta e la sua futura sposa Anzola. Dove abitassero a quel tempo non è conosciuto, forse in Sovernigo dove c’erano anche i Vendramin con i quali s’imparentarono, tuttavia in seguito s’insediarono in Via San Luca, in una modesta casetta ancora visibile al civico 7, sulla sinistra procedendo verso Padernello, distinguibile per una specie di ritonda che ospitava la cucina. La casa ora disabitata è di proprietà dei De Lazzari (“Mòi”), ma precedentemente apparteneva al barone Onesti, del quale i Condotta erano fittavoli. Lavoravano un campetto di terra di questo signorotto intorno alla casa, con un altro modesto pezzo di terreno di una loro parente, mappato sul sito dell’attuale struttura cementizia dell’acquedotto comunale di Paese, che in seguito fu ceduto a Tarcisio Gobbo detto “Cicio”. La villa già degli Onesti è ancora visibile integra in località Villa di Paese. Nelle adiacenze, nel Settecento sorgeva anche quella dei Loredan, patrizi veneziani. Una testimonianza della loro presenza viene dal registro dei defunti della parrocchia: “Addi 2 Novembre 1743. La N.D. (Nobildonna) Sig.a Guerina Diedo Loredana, moglie del N.H. (Nobiluomo) Sig. Gerolamo Loredan, munita delli S.mi Sacramenti della chiesa, Confessione, S.mo Viatico, et extrema Untione heri sera doppo l’oscuro rese l’anima al suo Creatore d’anni 30 incirca, et il suo male fù giuddicato da Medici Eurisma, et hoggi fù sepolta in questa chiesa con l’assistenza di me D. Antonio Maria Nonis Rettore”. Così invece fu riportata la morte del marito: “Adi 19 Genaro 1776. Sua Eccellenza Girolamo Loredan fu Gio.Batta in questa Parrochia in età d’anni 70 ca. dopo molti mesi di continua diarea rese lo Spirito al Signore jerimattina all’ore 13 - fu munito de S.mi Sacramenti di penitenza, eucaristia, oglio santo, e della solita benedizione fu assistito nel suo male dal Sig. Dr. Nicola Giuliani e visitato più volte dal Sig. Dr. Domenico Feletto, stamattina fu sepolto in questa Chiesa alla presenza di me Costanzo Bozza Parroco”. Figlia di questi nobili era la N.D. Caterina, sposata (1752) al Conte Alvise II Giovanni Mocenigo, uno dei dieci Savi della Serenissima. Nel 1811, cioè quando Domenico Condotta, trisavolo degli attuali discendenti, aveva l’età di dieci anni, era stata introdotta la numerazione civica delle case di Paese. Lo si deduce da un documento proveniente da “Gl’incaricati alla compilazione del ruolo della popolazione”, intestato Regno d’Italia, Dipartimento del Tagliamento, indirizzato all’Agente Comunale di Paese (probabilmente il Parroco), datato a Treviso il 16 ottobre di quell’anno. Affiancava la casa dei Condotta fin da epoca immemore il Brentella che proseguiva poi per Via Roma. Già allora presentava problemi d’inquinamento, ma per cause di tutt’altro genere che quelle attuali. Il 30 Aprile del 1814, il Podestà di Treviso inviava una lettera al Parroco di Paese perché ammonisse la popolazione di non far uso improprio dell’acqua del canale: “È introdotto un abuso in cotesta Parrocchia, che le donne vanno a lavare all’acqua della Brentella i pannolini immondi, e tutto ciò che vien loro fatto d’avere tra mani, e che abbisogni di essere mondato. Altri si fanno lecito di gittare in quel Canale ogni bruttura corrompendo la purezza di quella sola acqua che serve a dissetare gli uomini e gli animali. L’oggetto riguarda troppo d’appresso le discipline sanitarie. Io la prego di pubblicare dall’Altare che debbono tutti astenersi da tal abuso, mentre in diffetto chi mancherà sarà sottoposto alle penalità portate dai regolamenti sanitari. Ho l’onore con ciò di assicurarla della mia considerazione”.

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