presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Fantin (“Chiaredello”)

fantinFantin, un cognome che evoca il volgare “fantolin”, sembra derivare da infante. Quella che si va qui raccontando è la famiglia Fantin, soprannominata Chiaredello, che divide la sua storia tra Quinto di Treviso e Zero Branco (Italia). In Quinto, terra di risorgive e di molini, erano insediati già nel XVIII secolo. Il soprannome Chiaredello (meglio conosciuto in vernacolo come “Ciaredèo”) deriva probabilmente da una caratteristica fisica, forse attribuito per il colore della pelle, degli occhi, o dei capelli, ma potrebbe avere un significato sconosciuto, magari legato ad una particolare attività. Questo nomignolo appare per la prima volta relativo a Iseppo (Giuseppe) Fantin (1731-1802), nato a Quinto da Giovanni (1697-1741) detto Chiaredello e Pasqua sua moglie. A Giuseppe fu attribuito il cognome Fantino. Si tratta ovviamente di un errore di superficialità. “23 Aprile 1759. Si vuol contrar Matrimonio tra Iseppo figlio di Zuanne Fantin nato in Quinto, e dall’anno passato di sua età sino al presente sempre abitante in questa Pieve di Zero, ed Angela figlia di Angelo Gasparini nata e sempre dimorante in questa Pieve di Zero…”. Giuseppe sposò dunque Angela Gasparini (1737-85), sistemandosi in quel paese, dove divenne padre di cinque eredi di sesso maschile. Il più giovane di questi era Valentino (1770-1840), marito di Angela Brugnera (1775), talvolta riportata come Brugnaro, alla quale si era unito il 26 febbraio 1794. Giuseppe morì in seguito a complicanze per essersi slogato un ginocchio, che probabilmente gli produsse la cancrena. Angela lo aveva preceduto da diciassette anni, morta di polmonite, una malattia per la quale non si conoscevano rimedi. Aveva quarantotto anni. Nello stesso anno di nascita del loro figlio Valentino, mentre l’Italia consegnava alla storia dell’arte Giuseppe Tartini, un apprezzato violinista e compositore, nasceva a Bonn (D) un autentico genio della musica: Ludwig Van Beethoven. Ben altra musica suonavano Valentino Fantin e la sua sposa, contadini in Zero Branco, che a stento riuscivano a tirare a campare. Generarono, oltre a Teresa (1796), anche Domenico (1798-1869) e Francesco (1799). Il primo si coniugò con Francesca Vecchiato. Il secondo si sposò con Irene Cavallin mettendo al mondo la prima generazione ottocentesca dei Chiaredello, con Giuseppe (1822-1905), il quale, unitosi a Carolina De Benetti (1823), si trasferì a Quinto dove diventò padre di nove discendenti, tra i quali Cristoforo (1854-1914), che convolò a nozze con Teresa Caltana, quindi Giovanni (1865-1934) rimasto celibe, e Ferdinando (1847-1907) che sposò Luigia Antonia Miglioranza (1851, “Pitèr”). Questa generazione s’intreccia con i Fantin di Paese, il cui precursore, Giovanni (1857-1944), detto “Nanevaca”, figlio di Pietro, era nato ad Ospedaletto d’Istrana, quindi poco lontano da Quinto e Zero Branco. Ciò fa sospettare che si trattasse della stessa famiglia. Infatti, un Pietro Fantin emerge anche in Zero Branco: “31 Dicembre 1873. Fantin Pietro figlio dei defunti coniugi Antonio e N.N., cattolico, villico, vedovo della fu Brugnaro Marina, d’anni 30, qui domiciliato, morì nell’ospitale di Noale il giorno 30 Ottobre 1873”. Ma ancor prima c’erano i coniugi Pietro ed Elisabetta, come emerge dall’atto di nascita della loro figlia Caterina, nata il 26 settembre 1849. I due coniugi potrebbero essere stati i genitori di Zuanne Fantin-“Nanevaca” (1857-1944), rimasto orfano a soli otto anni (1855) con una sorellina. A quel tempo Zero, pur appartenente alla diocesi di Treviso, era territorio della provincia di Padova. Nel 1855 in tutta la zona si era diffusa una gravissima malattia che portava celermente alla morte: il cholera. I genitori di Giovanni probabilmente ne furono vittime. Un episodio curioso, che fa sorridere pur nella sua tragicità, emerge dal registro anagrafico della parrocchia, redatto il giorno 11 Giugno 1788 dall’arciprete di Zero, don Giorgio Cappoccio. Un fatto che la dice lunga sulla mentalità di allora, che in fondo non è molto diversa da quella di adesso: “Domenico figlio di Bortolo C., in età d’anni 35 circa, nubile, che faceva già da qualche tempo il mestier di molinaro in questa Villa di Zero, fattosi fare già venti e più giorni dal medico di Preganziol un’emission di sangue per certa difficoltà che aveva da poco in qua di orinare, senza avergli mai voluto confessare, per quanto dal detto medico e da altri venisse stimolato a dir la verità, l’origine del suo male, ch’era, siccome poi palesò al Dott. Morato, una lue venerea contratta da certa donna maritata, e perciò tiratosi nella massa del sangue il detto veleno, andò dal molino alla casa di suo fratello Sgualdo a farsi medicare dal suddetto Morato, ad onta della cui medicatura sorpreso jeri l’altro da una specie di frenesia, si gettò poi jeri mattina in un letargo per cui fu chiamato Don Angelo Antonello, che non avendolo trovato in sentimenti, me ne dà avviso e perciò mi portai subito io stesso a visitarlo, e trovatolo in agonia gli somministrai il Sacramento della Estrema Unzione, che appena ebbi tempo di conferirgli con una sola unzione, essendo spirato nel momento dopo, cioè jeri alle ore 23…”. Domenico Fantin, fratello di Francesco, che sbarcava il lunario lavorando la terra, morì di pellagra il 7 marzo 1869, all’età di settant’anni…

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