presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Girotto ("Rossi")

girottorossiEra probabilmente un soldato napoleonico il capostipite dei Girotto che, emulando gli antenati romani, dimessa la divisa militare, verso la fine del XVIII secolo, innamoratosi della ridente “Marca gioiosa et amorosa” decise di stabilirsi in Postioma - frazione di Paese (Treviso - Italy) - dedicandosi alla pastorizia e all’agricoltura. Attività resistita fino a qualche decennio fa anche nei suoi discendenti. Antonio dei “Rossi” (1869) era figlio di Filippo. Faceva il contadino e mediatore nel commercio di terreni e bestiame. Andava settimanalmente per i mercati, a Montebelluna, Castelfranco e Treviso, a piedi perché non esistevano ancora i moderni mezzi di trasporto. “Rossi”, un nomignolo attribuito alla famiglia Girotto forse per la carnagione o il colore dei capelli del precursore, che resiste tuttora per distinguere questo ceppo da altri omonimi. A Postioma, infatti, ci sono anche i “Besùchi”, di origine veronese, i “Buzioi” provenienti da Porcellengo e altri “Rossi” discendenti da un fratello di Filippo, tutti con il medesimo denominatore comune: Girotto. Filippo aveva altri figli: Giovanni; Pietro; Maria detta “Amia Bia”; “Amia Jeja” (forse Luigia o Genoveffa), e Filomena detta “Amena”. Si trattava di una famiglia di braccianti insediata nella lunga casa colonica del cav. Giovanni Novello, in pratica nell’attuale Via Enrico Fermi 24, già Via Vittoria e prima ancora Cal Trevisana. Sul fronte, in tutta la sua lunghezza, il caseggiato presentava una serie di porticati, attraverso i quali si accedeva all’abitazione e alle due stalle situate ai due estremi, con sopra il fienile e il granaio. Al centro della zona abitata, c’era un’ampia cucina con il focolare e tre stanze da letto. In cucina c’erano pochi mobili: la cardensa (credenza) e varie sedie fatte in casa usando legno di “talpa mata” (pioppo padano) e impagliate a mano, che non erano mai sufficienti per tutti. Pure gli altri attrezzi agricoli erano costruiti in casa, comprese le ruote dei carri. Tutte le stanze avevano le aperture chiudibili con i soli scuri, prive quindi di finestre con vetri. Il pavimento era in terra battuta, mischiata con sterco d’animale, compresa la cucina. Una condizione che durò fino al 1955, quando per la prima volta fu stesa una colata di cemento. A fianco del caseggiato c’era l’orto con la “biussèra” d’uve Clinto, Clinton e Baccò da cui si ricavavano due ettolitri di vino dal sapore indefinito ma genuino. Fedele testimone di un’epoca di sudore, sangue e lacrime rimane ancora il settecentesco forno di mattoni, all’ingresso del cortile di casa, dove il sapore del pane si fondeva con i profumi selvatici di una natura equilibrata. Bastava questo per esaltare quel valore assoluto ed intoccabile che era la famiglia. Schiere di bambini, con mamme e nonne venivano al forno tra un allegro vociare. Il forno serviva a tutti i postiomesi che ricompensavano i Girotto con una pagnotta. La gente si portava con l’impasto anche i fastelli di legna. Riesce tuttavia difficile pensare che in epoche di malattie e di fame il forno fosse tanto frequentato. Più fortunati erano sicuramente coloro che potevano farlo per conto dei padroni, perché allora qualcosa scappava anche per se stessi. Condividevano l’abitazione e il lavoro di quattordici campi di terra i tre fratelli maschi con le rispettive famiglie. Antonio (1869) era sposato con Giovanna Michelin (“Micein” - 1866) da Signoressa, Giovanni con Giuliana (“Nèa”) De Zulian (dei “Rossetóni”) da Postioma, e Pietro con Giuseppina Lot (detta Pina) da Povegliano. In casa c’era anche Maria (1880-1958), rimasta nubile, mentre le sorelle “Jeja” e Filomena si accasavano rispettivamente con un fratello di Giovanna Michelin da Signoressa, emigrati poi a Villorba, e con un Volpato pure da Signoressa. In conseguenza la casa dei “Rossi” arrivò ad ospitare circa una ventina di persone. La nuova generazione vide l’incrementarsi della famiglia di nuovi consanguinei. Antonio e Giovanna ebbero otto discendenti, sette maschi e una femmina, venuti al mondo tra il 1890 e gli albori del nuovo secolo: Santo, Gottardo, Eliseo, Cirillo, Giorgio, Angelo, Giuseppe e Genoveffa. Fu questo un periodo di particolare arretratezza, che si aggravò ulteriormente con lo scoppio della Grande Guerra. Il villico nucleo familiare, per sopravvivere, si sosteneva solidalmente; stare insieme era una necessità per non frantumare il magro guadagno: in tanti ci si difendeva assai meglio. L’altra possibilità era l'emigrazione. Non sfuggì a questa regola la famiglia Girotto. Santo, Gottardo ed Eliseo, nell’immediato primo dopoguerra, decisero infatti di lasciare Postioma per raggiungere il Brasile …

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