presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Modesto (“Carnio”)

modesto“26 Febbraro 1816. Fu contratto matrimonio alla presenza del R.mo Arciprete Don Pietro Checchin, quale ebbe prima la copia dell’assenso del Giudice Poppolare a favore della sposa, tra Naddale del fu Francesco Modesto, d’anni 24 terminati, nativo da S. Bona, che militò pel corso d’anni quattro con le truppe francesi, con Lucia del fu Liberal di Antonio Mattarucco d’anni 23 terminati, nata e domiciliante, nonché lo sposo, in questa parrocchia…”. La famiglia Modesto fece dunque la sua apparizione a Paese (Treviso-Italy) agli albori del XIX secolo provenendo da S. Bona di Treviso. Inequivocabile anche il fatto che lo sposo avesse militato nelle truppe napoleoniche e, vista l’età, si presume nel periodo dal 1811 al 1815. Nel gennaio 1806 era stato emanato un proclama dalla Rappresentanza della Città di Treviso che invitava i parroci a sollecitare i giovani ad arruolarsi: “Fissati i destini di queste avventurose Provincie, mercé il Valore invincibile di quell’Eroe, che può a giusto diritto appellarsi il Sovrano più temuto, e più grande dell’Universo, àpresi ai nuovi Sudditi Italiani un vasto, e luminoso campo alla Gloria. Nella Proclamazione, che si compiega, riconoscerà codesto Rev.mo Parroco i tratti luminosi di Generosità, e di clemenza, che alzano al di sopra di tutti il più glorioso Monarca che ci ricordi la Storia. Egli offre alla Gioventù Italiana l’onore di contribuire alla grandezza della loro Patria regenerata dalle applaudite sue imprese. Egli la invita a vestire quell’Uniforme, che l’avvicina a Lui stesso, e che acquista tanto splendore sotto le auguste, e vincitrici sue Insegne […]”: Natale, che morì di Cholera, era figlio di Francesco Modesto fu Pietro e di Domenica Modesto di Domenico. Non si ha riscontro se questi coniugi fossero cugini, come non è saputo dove i novelli sposi si accasarono arrivando a Paese, di certo i loro pronipoti abitavano al civico 143, in aperta campagna, lungo l’attuale Via Oston, occupando da fittavoli la dépendance adiacente l’abitazione di Giovanni Lucatello (1845-1939). Lucatello, maestro elementare a Paese, era sposato con Marca Miotto (1855-1933). La famiglia Modesto, è soprannominata “Carnio”, probabilmente per l’origine friulana, ma potrebbe trattarsi anche di un matrimonio di un Modesto con una Carnio. A Paese il nomignolo appare per la prima volta nell’atto di nascita di Pietro (1839) detto Carnio, figlio di Franco e di Catterina Nasato. Dall’unione di quel lunedì 26 febbraio 1816 fra Natale e Lucia, arrivarono sei neonati. Primogenito era Angelo (1817) che si sposò con Antonia Pozzobon generando undici figli. Secondogenita era Maria (1820), andata sposa nel 1847 a Ferdinando Mattarollo (1823). Terzogenito era Antonio Martino (1821), che si coniugò con Anna Casagrande. Erano questi i precursori di Giuseppe (1851), nonno di Attilio Modesto, che abita in Via Postumia a Paese e che ha acceso una luce sui suoi avi. Nacque poi Teresa (1826), morta prematuramente, seguita da Bartolomeo (1828), marito di Anna Borsato. Ultimogenita fu un’altra Teresa (1830-31). Di fronte alla casa dei Lucatello c’era la pompa dell’acqua che serviva anche alla famiglia “Carnio”; poco oltre si dipartivano dei filari di gelsi le cui foglie servivano per il pasto dei cavalièri (bachi da seta). Tutt’intorno una campagna lussureggiante in cui era salutare vivere. Da giovane, Antonio trovò lavoro nell’impresa di Antonio Mattarollo, contemporaneamente aiutava il padre nelle defatiganti incombenze agresti perché, oltre alla terra del cav. Lucatello, i Modesto lavoravano tre campi dei Gobbato e altri appezzamenti. Nell’Ottocento le misure di un campo di terra variavano secondo la località. Per esempio, mentre a Treviso misurava 5.204,69 mq., in provincia di Venezia era di mq. 3.658,80 e in quella di Vicenza di mq. 3.862,57. Giovanni Lucatello possedeva un grammofono a tromba e una raccolta di dischi (a 78 giri) di musica leggera, che ascoltava sotto il portico di casa. Acquistava delle caramelle per i bambini, ma talvolta si burlava di loro lasciandone cadere qualcuna, da cui aveva tolto il dolciume inserendo nell’involucro un sassolino… Il 24 agosto 1943, a diciannove anni, Attilio fu chiamato sotto le armi ed inviato a Fiume (ora Croazia) nel corpo delle Guardie di Frontiera. Lì, con gli ex alleati tedeschi diventati improvvisamente nemici, lo colse l’Armistizio. Il 19 settembre 1943 il presidio fu disarmato dai nazisti e i militari italiani furono imbarcati per Venezia, con l’illusione di rientrare a casa. Ma nella città lagunare li attendeva una tradotta di carri-bestiame per un lungo viaggio verso il nord della Germania, con pochi oggetti nello zaino e cibo scarso. Solo in qualche stazione venivano rifocillati con sacchetti di viveri distribuiti dalla Croce Rossa. Stavano stivati come bestie da macello, cinquanta per vagone, guardati a vista da un nazista armato. La prima tappa fu la stazione di Treviso, ma non poterono scendere, anzi ne salirono tanti altri. Fu in questa circostanza che Lino N., compaesano di Attilio, finse d’essere colto da malore. Furono chiamati i barellieri e portato giù dal treno; sembrava cadavere, ma mentre lo caricavano nell’ambulanza fece l’occhiolino ai soccorritori diventati complici loro malgrado. Fu dato per spacciato e adagiato sul pianale; sull’automezzo fu anche collocata una corona di fiori e riportato in famiglia. Gli andò bene, ma quell’avventatezza poteva costargli la vita…

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