presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Nasato (“Moretóni”)

nasatoHanno probabilmente una comune origine i Nasato di Paese, che, con l’aumentare della stirpe, hanno assunto i nomignoli “Moréti”, “Moretèi” e “Moretóni” per praticità. I Nasato-“Moretóni” tutti li ricordano ancora ubicati in una stradina laterale di Via San Luca a Paese (Treviso - Italia), oltre il borgo storico, attuale Via San Francesco. Abitavano fin dal XVIII secolo in una seicentesca casa colonica, quali fittavoli dell’Ente S. Maria degli Esposti di Venezia, istituto per orfanelli e illegittimi che aveva una sua succursale presso Villa Minelli a Ponzano. Con la casa avevano anche l’onere di far fruttare una quarantina di campi di terra. Il capostipite dei “Moretóni” si chiamava Martino (1803), figlio di Giacomo fu Martino e marito di Angela De Marchi, con la quale si era congiunto nel 1823. Erano questi nonni di Luigi, ma anche genitori di Angelo (1825), Giovanna (1827), Giovanni Antonio (1829), Giuseppe Martino (1831), Angelo (1834), Catterina (1835), Francesco (1839) e Maria (1844). Nel 1803, anno in cui veniva al mondo il precursore, la Francia vendeva agli Stati Uniti la Luisiana e tutta la zona del Mississipi fino alle Montagne Rocciose. Contemporaneamente gli inglesi circumnavigavano l’Australia, scoprendo che è un'isola. Da Parigi un albergatore invitava i ricchi d'Europa a frequentare il suo albergo con sale e camere illuminate da luci a gas. Fu anche l’anno che si riuscì a ricavare industrialmente zucchero dalle barbabietole, con conseguente intensiva coltivazione e abbattimento dei costi; ciò permise una larga diffusione di un alimento ad alta concentrazione energetica, prezioso sull’uomo soprattutto per lo sviluppo intellettuale. Nonostante l’invenzione della pila, nel 1803 la lampadina non era ancora ideata e l’illuminazione era data da lumi ad olio. Giovanni Antonio, figlio di Martino, aveva contratto matrimonio a Porcellengo il 6 Giugno 1860 con Caterina Loro, la compagna che gli fu moglie fedele e madre assidua, genitrice d’otto consanguinei, una generazione che vide la luce in tempi di grave crisi: Oliva Luigia (1863), Filomena Luigia (1866), Anna Maria (1868), Teresa (1869), Rosa (1875), Giovanni Martino (1880) e Teresa Colomba (1881). A dare continuità alla discendenza di Antonio fu quindi Giovanni, sposandosi nel 1900 con la conterranea Maria De Marchi (“Insandri”), che gli diede una sfilza di discendenti, la generazione cosiddetta dei “cariòti”, per il servizio di trasporto ghiaia e sabbia da costruzione che effettuavano con carretti trainati da cavalli. Era questo un mestiere che fu praticato a lungo in casa dei Moretoni; in sostanza era attivo ventiquattrore al giorno perché si andava in tutta la provincia e anche più lontano. Non era raro che quando all’alba partiva il primo “cariòto”, qualcuno fosse appena andato a riposare, di ritorno magari dal Polesine o giù di lì. Dall’unione dei coniugi Giovanni e Maria, vennero al mondo undici pargoletti: Antonio Attilio (1901), emigrato a Maniago (UD); Filomena (1903); Virginio (1905), marito di Rosa Visentin; Angela (1906); Abramo (1908); poi Casimiro (1910), Caterino (1912), Raffaele (1914), Raimondo (1916), Guerrino (1918) e Giuseppe (1920). In quegli anni due bimbi della famiglia annegarono nel Brentella, che passava vicino all’abitazione. Giuseppe, il quarto figlio di Martino e Angela De Marchi, si era coniugato con Maria Luigia Polo da Falzè di Trevignano. Francesco, l’ultimogenito maschio di Martino, era unito ad Anna Cocchetto. Angelo, il penultimo dei due capostipiti, era un ardimentoso; aveva partecipato alle Guerre d’Indipendenza, arruolato per ben sette anni nella cavalleria. Nuovo impulso generativo al casato dei “Moretóni” avvenne per mezzo di Luigi, che si sposò due volte per la prematura scomparsa della prima moglie Maria Maddalena De Marchi (“Insandri”) da Villa… Tanti sono tuttora i “Moretóni” insediati nel territorio comunale, ma nella vecchia dimora, in Via San Francesco, dove un tempo c’era tanto movimento di carri, di cavalli e di buoi, è sceso un discreto silenzio. Pure il mestiere di “carioto” è andato in pensione, soppiantato da moderni automezzi e macchine per movimento terra. Nella casa che vide transitare tanti volti risiede attualmente Luigino Nasato, figlio di Domenico e di Angela Pozzobon, con la sua famiglia.

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