Sembrava di sentire ancora il tuono del cannone e il crepitio delle mitragliatrici quando i Vettorel s’insediarono su una presa del Montello, nel Trevigiano, provenendo da Cordignano. In questo paese ai piedi del Cansiglio erano stati mezzadri dei Conti di Mocenigo, una famiglia veneziana di nobili origini, alle dipendenze dei quali si erano sempre trovati bene, poi il rapporto si era incrinato e dovettero emigrare. Qualcuno dice che fu perché si erano ribellati a certe imposizioni, quali portare le «dovute» onoranze ai signori. Di fatto il vero motivo non si seppe mai. A quei tempi, inizio del XX secolo, la popolazione veneta era sostanzialmente contadina, assoggettata ai proprietari terrieri che avevano il potere di far vivere o far morire di fame la povera gente dei campi che si spaccava la schiena operando per loro.
Perso il lavoro che si svolgeva tutto a braccia, i Vettorel dovettero cercare nuove terre da lavorare, ma ne avevano abbastanza di sgobbare in subalternità, dovendo dedicare il proprio tempo e le proprie forze più per i padroni che per sé stessi. Così, con i pochi risparmi messi da parte in anni di sudato lavoro e impegnandosi a restituire i prestiti concessi da un benestante e dalla banca locale, acquistarono a buon prezzo un appezzamento con casa colonica sul Montello, nella collina disastrata, già teatro di epiche battaglie della Grande Guerra.
Era un mattino di sole quello delle Idi di marzo del 1924, quando, attaccati i buoi al carro dov’erano caricate fin dalla sera precedente le poche masserizie che possedevano, i Vettorel lasciarono Cordignano, incamminandosi verso una nuova terra e un futuro assai incerto. Uomini, donne e bambini, ognuno con il proprio fagotto in spalla, seguendo il convoglio agreste, attraversarono Conegliano e poi il ponte sul fiume sacro alla Patria, il Piave, imboccando quindi la polverosa strada Schiavonesca verso Nervesa della Battaglia, giungendo a Giavera quand’era ormai mezzogiorno suonato. Lungo il percorso, si erano fermati di tanto in tanto per rifocillare e far riposare gli animali. L’ultima tappa fu alla sorgente «Forame», prima di affrontare la ripida salita che saliva tortuosamente la collina. A metà pomeriggio giunsero finalmente nella loro Terra Promessa, in Via Bongiovanni, attuale Via del Solstizio, quinta presa del Montello.
Nella nuova residenza, ma meglio sarebbe parlare di catapecchia, circondata dal bosco di acacie, di roveri e di castagni, lontano da ogni vociare, il silenzio era quasi irreale. Solo alcune specie di uccelli, con il loro volteggiare, accolsero cinguettando i nuovi arrivati sull’epica e rinomata collina. Ovunque si vedevano ancora i crateri lasciati dalle bombe, che la natura faceva del suo meglio per appianare.
Giunti a destinazione e sbarazzatisi di quel timore che coglie l’animo spaesato, che arriva in un posto poco familiare, furono assaliti da un empito gioioso. Dimenticando ogni stanchezza, uomini e donne si misero alacremente al lavoro per sistemarsi come meglio potevano, mentre i bambini esploravano i dintorni, correndo dentro e fuori dal bosco con la loro incontenibile allegria, foriera di tempi migliori. Ora, davanti a questa famiglia, si apriva un nuovo orizzonte, un futuro di luminosa speranza, anche se il debito contratto per quell’acquisto era di notevole entità.
I primi a mettere piede in quello che era considerato un territorio depresso, come depresso era tutto il Veneto di allora, furono Pietro e Adalgisa con i loro figli. Con loro c’erano pure la nonna Caterina e il cugino Antonio con il suo nucleo. Due famiglie, quindi, che si spartirono equamente sia la spesa sia gli oneri divenendo proprietari ognuno per la quota di una metà.
Il bene acquistato nel comune di Giavera – allora territorio di Arcade –, comprendeva una casa con sei ettari e mezzo di terreno circostante, fondo ricoperto prevalentemente di rovi e sterpaglie oltreché ancora disseminato di trincee.
Si rimboccarono le maniche mettendosi alacremente all’opera e, a mano a mano che veniva dissodato, il terreno faceva emergere di tutto: pezzi di filo spinato, bossoli di proiettili e pericolosi residuati bellici ancora potenzialmente efficienti, ma anche resti umani, ossi da morto e perfino teschi di soldati caduti in quella che era stata, dopo Caporetto, la prima linea del fronte. Il conflitto aveva visto il suo epilogo da pochi anni strascicandosi una collezione di lutti, malattie e miserie, immani sofferenze e lacrime, perché, anche se la definiscono vittoriosa, una guerra, soprattutto per la gente inerme è sempre perdente e luttuosa.
Antonio, già fattore dei Conti di Cordignano, era emigrato in Canada, a Vancouver, a disboscare foreste sulla costa del Pacifico della British Columbia pensando di metter da parte un gruzzolo sufficiente ad acquistare la nuova casa. Aveva iniziato a inviare alla moglie Anna il necessario per l’acquisizione della casa e delle terre sul Montello, quando scoppiò la grande crisi economica del 1929. Contava di trattenersi colà ancora qualche anno, il tempo necessario per pagare tutto il debito e ritornare con la somma necessaria a dare tranquillità alla famiglia, ma perse improvvisamente il lavoro e con questo svanì buona parte dei suoi risparmi con i sogni coltivati fino allora. Persa l’occupazione, ritornò in Italia per riprendere il suo posto di contadino sul Montello, in quell’oasi felice e salutare che gli fece ben presto dimenticare la terribile esperienza d’oltreoceano.
La nuova abitazione dei Vettorel si trovava in una zona alquanto isolata e, purtroppo, nelle vicinanze non c’erano fonti d’acqua. Si doveva pertanto scendere più volte al giorno dalla collina per rifornirsi alla sorgente «Forame», percorso che veniva fatto sempre a piedi trasportando i recipienti di legno appesi a un bilanciere di legno che gravava sulle spalle. Lo stesso si faceva per andare con la biancheria al lavatoio pubblico, utilizzando delle ceste di vimini. E si recuperava pure l’acqua che veniva dal cielo, convogliandola dalle grondaie, ma il più si disperdeva nel sottobosco. Quella che si riusciva a trattenere veniva poi potabilizzata con la calce.
Radicatisi sul Montello, Pietro e Antonio ce la misero tutta per contendere la terra al bosco. Estirpate progressivamente sterpaglie e rovi spellandosi le mani, dopo vari dissodamenti e concimazioni naturali divenne chiaro che il terreno, grazie all’esposizione soleggiata, si prestava prevalentemente alla coltivazione di alberi da frutta e vigneti. Fu così che quella terra che inizialmente era sembrata tanto avara, dopo poche stagioni cominciò a dare i primi frutti, e che frutti: fichi, mele, ciliegie e uva, dalla quale si ricavò il primo vino rivelatosi subito d’ottima qualità e sapore.
I Vettorel iniziarono così, per necessità, un po’ di commercio portandosi a piedi nei paesi della pianura, con il solito bilanciere di legno sulle spalle al quale erano appese due ceste di frutta, offrendo di casa in casa la loro produzione biologica. Non fu subito facile vendere la merce perché la guerra si trascinava un’enorme povertà dalla quale sembrava non ci si potesse scrollare: di soldi ne circolavano davvero pochi. Giravano per le case tanti cenciosi accattoni dal volto scavato dalle privazioni e dalla sofferenza, soprattutto donne che avevano perso il marito al fronte, costrette a mendicare con i loro mocciosi un tozzo di pane per sopravvivere.
Erano tempi di grande indigenza. Mi si passi la divagazione come autore di questo brano. Non scappava a questa regola neppure la nostra famiglia, eppure avevamo sempre un pezzo di pane da condividere con chi stava peggio di noi. Quando facevamo la carità a un questuante era il nostro riscatto, perché ci sentivamo meno poveri.
Con il passare degli anni le famiglie Vettorel conobbero un progressivo benessere, riuscendo a estinguere tutti i debiti. Ma proprio quando era da poco subentrata una certa tranquillità, accadde un fatto sconvolgente. Si era alla vigilia di una nuova terribile guerra, quando vigevano i razionamenti e si doveva annotare ogni acquisto in una tessera annonaria. Fu in quel periodo che Francesco, quarto dei figli di Pietro, ritornando dal mulino dove si era recato a macinare un po’ di granoturco per la farina da polenta, fu investito da un convoglio ferroviario. Quel giorno, all’andata, il sole se ne stava ben nascosto sotto una spessa coltre di nuvole. Al ritorno il tempo già particolarmente uggioso si guastò, e l’uomo venne a trovarsi improvvisamente sotto una violenta tormenta, con la pioggia che gli sferzava il viso impedendogli la vista. Con il cappello di paglia calato sugli occhi e la solita giacca rattoppata, stava sulla sponda del carretto incitando la mula a tener duro e proseguire verso casa.
Poco oltre la chiesa del paese si trovava il passaggio a livello della linea ferroviaria. Chechi – così era chiamato familiarmente Francesco –, raggomitolato su sé stesso teneva saldamente le briglie accorgendosi del pericolo soltanto quando fu sopra i binari; sentì il fischio della vaporiera e il suo sbuffare, ma era troppo tardi. Questione di pochi attimi e l’impatto fu inevitabile: uno schianto tremendo. La motrice, nera come il carbone che la alimentava, fece volare mulo e carretto, con il conducente e il carico di farina avvolgendoli in una impenetrabile nube di vapore. L’urto fu sì violento e rovinoso, ma poteva andare peggio. Con un interminabile sferragliamento e stridio di freni, il convoglio si fermò poche decine di metri più avanti dato che procedeva a lenta andatura. Scesero due atterriti macchinisti, sconvolti dalla disastrosa visione. L’asina, investita in pieno, era morta sul colpo e giaceva scompostamente a lato della massicciata. Ovunque erano sparsi pezzi del carretto sfasciato, fortunatamente Francesco, che era stato sbalzato contro la recinzione di cemento, era ancora cosciente e si agitava cercando di rialzarsi. Gli furono prestati immediatamente i primi soccorsi, lo caricarono sul treno lasciandolo alla più vicina stazione, e da qui, fatta venire un’ambulanza, fu trasferito al più vicino ospedale.
Lasciò il ricovero lo stesso giorno, contro il parere dei medici, ma aveva fretta di ritornare alle sue faccende domestiche. Gli sembrava di stare bene, anche se in realtà era tutto contuso, niente se si pensa che avrebbe potuto essere all’altro mondo. Venne a prenderlo il fratello Antonio che lo trasportò a casa seduto sul ferro della bicicletta mentre a ogni buca dello sconnesso percorso l’infortunato cercava di stringere i denti. A casa fu accolto dai famigliari in apprensione, che si premurò di rassicurare. Le molteplici contusioni però si fecero ben presto sentire, tanto che la notte non riuscì a dormire e il giorno seguente fu incapace di alzarsi. E così, chiamato il medico della mutua, fu nuovamente ricoverato finché, con cure adeguate, a poco a poco si ristabilì.
Negli Anni Cinquanta in casa dei Vettorel avvenne un’autentica rivoluzione, la prima dal loro arrivo sul Montello. La famiglia si era notevolmente allargata per i nuovi arrivi: giovani speranze ma anche nuove bocche da sfamare. Constata l’insostenibilità della situazione, Antonio decise di lasciare quella dimora per sistemarsi in proprio, altrove. Fu una scelta assai dolorosa lo smembramento della famiglia, ma necessaria, obbligata dall’incedere degli eventi. Cedette pertanto la propria quota del patrimonio al cugino Pietro e si trasferì con il suo nucleo in una località non molto lontano. Dopo di lui ci furono altri giovani della famiglia che intrapresero nuove strade. Uno dei figli di Pietro prese il treno per la Francia e poi per la Svizzera; un altro mise radici in Germania; un terzo, ancora minorenne, raggiunse il Venezuela, ritornando qualche anno dopo per sposare una compaesana, secondo il detto «donne e buoi dei paesi tuoi», con la quale ritornò in Sudamerica. Per un certo tempo i due coniugi lavorarono sodo per darsi un futuro migliore, poi, colti da un’irresistibile nostalgia, ritornarono per mettere definitivamente radici nella patria di origine.
Deceduti gli anziani, sul Montello si svilupparono nuove generazioni Vettorel. E ora, cento anni dopo l’insediamento, questa famiglia è una delle più radicate ed evolute della storica collina, con delle succursali anche all’estero. Ma i ricordi di quando stavano a Cordignano, mezzadri dei Conti di Mocenigo, con il successivo doloroso trasferimento, rivivono tuttora, trasmessi di padre in figlio affinché non cadano nell’oblio.
(Primo premio al V Concorso Letterario nazionale di Campagnano di Roma, 2016)
