Nel 1982, quando lavoravo alla Cassa di risparmio della Marca Trivigiana, conosciuta come Cassamarca, mi capitò un’esperienza singolare che pur a distanza di tanti anni rimane più viva che mai nella mia mente. In un certo senso ho partecipato alla «Resistenza» anche se l’Italia era stata liberata da quasi un quarantennio.
Un giorno si presentò in sede un distinto signore dalla corporatura asciutta, carnagione scura e occhiali da vista, tenendo un vistoso malloppo di carte in mano; all’usciere chiese del capufficio. Questi lo fece accomodare e poco dopo mi chiamò facendomi partecipe della richiesta dell’uomo che nel frattempo aveva aperto l’incartamento mostrando dei disegni a china e a matita che raffiguravano dei prigionieri, in particolare di origine ebraica, che egli stesso aveva raccolto girando con il camper vari paesi europei nelle località dei campi di sterminio nazisti.
Si chiamava Arturo Benvenuti, arguto letterato e pittore di Oderzo, il quale era già stato a colloquio con il presidente della banca, dott. Bruno Marton, già membro del Comitato di Liberazione Nazionale e già partigiano della Resistenza, al quale aveva chiesto di finanziare la pubblicazione dell’iconografia che portava nelle prime pagine la pregevole prefazione di Primo Levi.
Il materiale era stato raccolto dallo stesso Benvenuti scrivendo a musei, biblioteche e pinacoteche di mezza Europa recandosi poi a prelevarlo di persona per farne un libro. In effetti, il presidente della banca ne aveva valutato il valore storico, sociale e sentimentale acconsentendo ben volentieri a finanziare l’opera e aveva inviato il Benvenuti presso il centro stampa della banca dove ora era venuto e dove io ero impiegato amministrativo.
Il responsabile della stamperia lo ascoltò e guardò con un particolare interesse i disegni accompagnati dalle didascalie dattiloscritte, poi congedò l’uomo con un mendace sorriso assicurandogli che avrebbe proceduto come stabilito dal presidente, aggiungendo che gli avrebbe presto sottoposto la bozza di stampa. Andandosene, il Benvenuti sembrava avere le ali ai piedi per il compiacimento.
Appena uscito, però, il capufficio, essendo io il suo vice, mi si rivolse dicendomi: «Quello è matto! Figurati se gli farò stampare un libro simile, che alla fine peserebbe un chilo di morti», e accennò a un gesto volgare, mimando di toccarsi le parti basse. Fatto è che l’involto fu messo in un armadio e vi rimase «dimenticato» per qualche mese, mentre ogni tanto il Benvenuti si faceva sentire via filo ricevendone sempre ampie rassicurazioni: era un’illusione la sua.
Personalmente mi sentivo inquieto perché non la pensavo come il mio superiore, al contrario ritenevo che quel libro, una volta diffuso, sarebbe stato un ottimo veicolo pedagogico, che avrebbe contribuito a far comprendere gli orrori della guerra nonché della Shoah e delle Leggi razziali emanate dal governo italiano di quel periodo. Provai con delicatezza a perorarne la causa, ma le mie parole caddero su un terreno sterile. Fu così che un giorno che il Benvenuti telefonò per l’ennesima volta per ottenere ragguagli sullo status della sua opera, la mia coscienza m’impose di reagire e data la temporanea assenza del responsabile gli dissi come stavano realmente le cose, ossia che il suo lavoro stazionava dimenticato in un armadio e non era stato toccato dal momento che se n’era andato. Gli consigliai, pertanto, di ritornare dal presidente della banca a sollecitare che il lavoro si concretizzasse.
Il Benvenuti, che non voleva inimicarsi colui che avrebbe dovuto dare seguito alla sua opera, lasciò passare ancora dei giorni, poi si convinse che nulla si sarebbe mosso e considerando il mio suggerimento chiese di essere nuovamente ricevuto dal presidente dell’istituto di credito. Intanto, il capufficio, personaggio viscido e adulatore che aveva fatto carriera a forza di gomitate, non era stato inoperoso e grazie ad amicizie altolocate si era fatto ricevere pure lui dal Marton, riuscendo a convincerlo a rinunciare alla pubblicazione che a suo parere odorava di comunismo, dato che in copertina era previsto un disegno al tratto, a inchiostro nero, che mostrava un prigioniero con il pugno alzato: Auschwitz, 1946, di Stefan Wegner, polacco di Sosnowiec.
Marton, la cui salute era compromessa e morirà non molto tempo dopo, convocò il Benvenuti dicendogli che aveva cambiato idea e che non avrebbe dato seguito alla pubblicazione. L’artista però non si diede per vinto e si era preparato la controffensiva; ricordò al presidente il suo passato di combattente antifascista, provocandolo: «Se lei è ancora la stessa persona che ho conosciuto, il partigiano che ha rischiato la vita per la Resistenza, dovrebbe pubblicare questo libro per il bene della nostra patria e dei giovani, per onorare la memoria di tanti caduti per la libertà affinché non si ripetano simili misfatti».
Punto sul vivo, Marton, già sindaco democristiano di Mogliano e di Treviso, nonché presidente della Provincia, si convinse e chiamò immediatamente il responsabile del centro stampa intimandogli di procedere celermente e non volle sentire obiezioni.
Il capufficio, però, che considerava il presidente in decadenza senile e conseguentemente anche poco lucido, non si diede per vinto e sfoderò le sue armi migliori, quelle che affilava nei momenti decisivi e che tante soddisfazioni gli avevano dato in precedenza. Fatto è che, lasciato passare qualche giorno, ritornò sfacciatamente alla carica riuscendo a trascinarlo dalla propria parte. Fece leva sul fatto che, secondo lui, il libro perorava il comunismo per via di quel gesto nel disegno di copertina. Erano tempi in cui la politica era in grande fermento; democristiani e comunisti si fronteggiavano in una visione ideologica contrapposta. A quel punto il presidente, pur di toglierselo di torno, accettò di sostituire quel disegno con un altro meno caratterizzante. Il menzognero ottenne così la sua miserevole vittoria, anche se parziale.
In breve, «K.Z.», iniziali di Konzetration Zenter, libro d’arte come testimonianza, fu stampato non solo con la prefazione di Primo Levi, ma anche con la presentazione dello stesso Bruno Marton. Fu prodotto in un migliaio di copie e consegnato al Benvenuti nell’aprile 1983. Di quella prima edizione, uscita con tanti intralci, conservo gelosamente due copie, di cui una con una riconoscente dedica autografa del Benvenuti.
Partecipai personalmente alla composizione e alla supervisione del lavoro, con l’ideatore che ora, non fidandosi del preposto, si informava telefonandomi a casa di sera. Tra me e il Benvenuti si era instaurata una profonda amicizia che trascendeva il rapporto di collaborazione e che durò per sempre, ossia finché, già vedovo della moglie Maria, originaria di Lussino (Croazia), andò oltre, il 30 novembre 2020.
Arturo Benvenuti era di origine ebraica ed era stato pure lui impiegato di banca nonché un ottimo artista e poeta, uomo di cultura fondatore della pinacoteca Arturo Martini di Oderzo. Il libro K.Z. fu poi ceduto a un nuovo editore e ristampato in varie edizioni.
Conservo una ventina tra lettere e cartoline che mi spediva dai suoi frequenti viaggi che faceva con il camper, corrispondenza che è per me un tesoro essendo tante cartoline altrettante sue inedite opere artistiche. Conservo anche dei quadri a tempera con dedica personale. Mi fu sempre grato anche se continuavo a ripetergli che non avevo fatto altro che ascoltare la mia coscienza. Nel corso degli anni ci incontrammo varie volte a casa mia o a casa sua quando la moglie Maria era al suo fianco e anche quando rimase solo nel suo appartamento di Oderzo, in via Martiri della Libertà. Ancora più frequentemente ci sentivamo al telefono e ogni volta il pensiero andava a quel fatto che consideravamo sempre con tanta soddisfazione perché era stata una battaglia combattuta e vinta assieme. Mi confidò la sua amarezza e delusione quel giorno del 1987 che Primo Levi si suicidò non reggendo al ricordo degli orrori vissuti nel lager di Auschwitz.
Nella prefazione dell’opera, lo scrittore superstite dell’Olocausto scrisse tra l’altro: Mancava finora in Italia un libro come questo. Le immagini qui riprodotte sostituiscono la parola, con il vantaggio che dicono quello che la parola non sa dire. Alcune hanno la forza immediata dell’arte, ma tutte hanno la forza cruda dell’occhio che ha visto e che trasmette la sua indignazione.
Classe 1923, Arturo Benvenuti possedeva una forte temperie, era una persona colta, con la schiena dritta, che parlava in modo schietto. Tuttora mi sento onorato di averlo conosciuto e di essergli stato amico.
Il libro con i disegni eseguiti dagli internati nei campi di concentramento nazifascisti raccolti da Benvenuti, fu poi riedito e migliorato graficamente; rimane una pietra miliare, un ammonimento di ciò che non dovrebbe più ripetersi.
Bruno Marton nel prologo vergò delle parole che a distanza di oltre quarant’anni si manifestano molto attuali: L’autore di questo libro continua a rammentarci che ciò che non avrebbe dovuto più accadere continua ad accadere, che l’uomo dimenticando o volendo dimenticare sta ripercorrendo le follie di ieri. Da qui il dovere di ricordare e di far conoscere, convinti come siamo che ci sarà concesso di dimenticare soltanto quando sopra la faccia di questo martoriato pianeta agli uomini sarà riconosciuta la dignità che a ognuno di loro spetta.
Forse il più profetico fu lo stesso Benvenuti che a pagina nove, nell’introduzione del volume ha lasciato una riflessione che suona come monito: Ci avevano detto mai più guerre, mai più sopraffazioni, persecuzioni, genocidi. Parole, nient’altro che parole, e un mare di retorica, logora e ipocrita retorica. L’uomo continua ad ammazzare, a massacrare, a perseguitare con accresciuta spietatezza. Sotto occhi sempre più indifferenti, passivi, quando non conniventi. Non c’è più pietà per nessuno. L’uomo è lupo all’uomo, oggi come e più di ieri. Le guerre continuano a seminare stragi. Dietro il filo spinato dei nuovi campi di concentramento si continua a sopprimere l’uomo.
Penso che i ricordi aiutino a vivere e a migliorarsi. Questa vicenda mi insegna che l’antisemitismo è duro a morire, che la Storia spesso è destinata a ripetersi perché non è mai stata una buona maestra di vita o, meglio, che l’uomo è troppo frequentemente un cattivo allievo, che i nemici della democrazia sanno ben mimetizzarsi e agire nell’ombra; mi insegna soprattutto che non bisogna mai abbassare la guardia in difesa della libertà e della verità.
