Iran: Il coraggio è donna

In Iran il coraggio è donna. Un nuovo adagio dice: «Sei coraggioso come una donna». Ciò avviene da quando le donne iraniane si sono mobilitate chiedendo diritti e libertà, tenendo testa a un regime sanguinario, che dal 1979 governa con pugno di ferro. Ad affermarlo è stata Fatima Benam, quarantaseienne iraniana, in una conferenza tenuta nel gennaio 2024 in un’università degli adulti del Veneto, presenti duecentocinquanta soci, impressionati dalla sua testimonianza. 

Alle sue spalle era proiettato il volto di Masha Amini, la ventiduenne curda-iraniana torturata a morte a Teheran nel 2022 perché non indossava correttamente il velo, e non è stata certo l’unica. Ciò ha provocato l’ennesima rivoluzione portata avanti soprattutto dalle donne, che per protestare si sono tolte il velo e si sono tagliate i capelli, ottenendo l'appoggio anche del sesso maschile. Pure Fatima, quand’era studentessa, fu arrestata, privata dei documenti e multata perché uscendo dalla scuola camminava a fianco di un compagno di classe. Fatti simili sono all’ordine del giorno, come quei ragazzi che furono frustati a sangue per essere andati a nuotare al mare, o quelli altri che hanno subito la stessa sorte solo perché avevano delle birre in auto. Arbìtri, torture fisiche e psicologiche sono frequenti per un nonnulla. Anche molti religiosi, contrari a questi metodi dispotici, marciscono in carcere, ha ribadito Fatima.

Fatima aveva quindici anni nel 1979 quando con la Rivoluzione komeinista lo scià di Persia, Reza Pahlavi, abbandonò il Paese al suo destino, senza spargimento di sangue. Ci fu poi un referendum e il popolo accettò di essere governato dai gruppi religiosi cui il monarca aveva dato spazio e fiducia pensando di aver messo al sicuro il suo potere, ma non fu così. 

Dopo di lui nacque la Repubblica Islamica con un governo teocratico, che esordì con l’occupazione dell’ambasciata americana per 184 giorni da parte degli studenti. Furono messi fuorilegge i partiti ed emanate leggi che imponevano la sharia, il velo e altre restrizioni alle donne, che l’8 marzo 1979 si ribellarono scendendo in piazza a Teheran in centomila, intuendo che il vento non soffiava a loro favore. Durarono sei giorni le proteste durante i quali molte furono arrestate e trattate da prostitute con l’accusa di essere a favore della monarchia. La ribellione fallì per il mancato sostegno della popolazione dell’altro sesso. Per le donne il velo acuiva altre forme di inferiorità e di umiliazione cui erano soggette e rafforzava il dominio maschile. Dopo quel sollevamento l’imposizione del velo fu allentata, ma nel 1981 ritornò l’obbligo.

Intanto, nel 1980, era scoppiato il conflitto con l’Iraq per questioni di confine, che durerà fino al 1988 provocando un milione di morti e concludendosi con un nulla di fatto. Il governo, facendolo passare per guerra santa, aveva arruolato perfino i tredicenni e contemporaneamente approfittava per eliminare gli obiettori, impiccando e fucilando i politici ma anche gli intellettuali, oltre cinquemila, andandoli a prendere in casa ed eliminandoli senza processo. Fu un periodo di terrore e di ristrettezze per il popolo che dando il proprio consenso alle urne aveva agevolato l’ascesa del regime, scelta che ora gli si ritorceva contro. 

Una nuova primavera di riforme più liberali sembrava sorgesse nel 1977, quando alla presidenza dell’Iran fu eletto Mohammad Khatani, il quale avviò una politica di apertura verso le altre nazioni, ma al termine del suo mandato, con l’ascesa di Mahmoud Ahmadinejad, si ritornò alle restrizioni e furono incarcerati perfino quelli che avevano svolto l’indagine. È questo il volto di ogni dittatura: i cittadini non sono il fine, ma uno strumento prescelto per la gestione del potere in modo autoritario e violento. 

Nel 2009, grazie alla mobilitazione del «Movimento verde», la popolazione poté esprimersi ancora con il voto, ma le elezioni vinte da Mousavi furono truccate e l’esito ribaltato, nonostante le proteste di quattro milioni di cittadini scesi in piazza solo a Teheran, per non parlare del resto del Paese. 

Intanto, nel 1989 era morto l’Ayatollah Khomeyni e al suo posto fu eletto Khamenei. Questi da ormai molti anni si avvale dei pasdaran (Guardiani della rivoluzione) e della polizia «morale» per gestire il potere e imporre regole che sanno di Medioevo. Le pene per chi protesta vanno dalle frustate, all’impiccagione, alla fucilazione o semplicemente alla sparizione. I poliziotti, che stazionano ovunque, sparano alle spalle perfino a bambini di sei, otto o dieci anni, come in realtà è successo, e pure ai cani per ritorsione nei confronti dei loro padroni. Durante le proteste del 2022 i gendarmi sparavano anche se vedevano due persone assieme, poi portavano via i cadaveri per nascondere le prove e se un medico rivelava il modo in cui erano state uccise rischiava di sparire. Migliaia di persone sono state soppresse così e in altre forme crudeli, come è stato fatto a tanti studenti cui hanno legato le mani dietro la schiena e spinti giù dal tetto dei palazzi. Le più penalizzate sono certamente le donne, che non sono libere di cantare, ballare, fare sport, andare allo stadio, vestirsi e truccarsi come vogliono, andare in bicicletta, guidare l’auto, viaggiare da sole (se sposate). 

Ci si chiederà il motivo per cui una nazione di oltre ottantacinque milioni di abitanti, ampia cinque volte e mezza l’Italia, non abbia trovato ancora il modo di ribellarsi. E si tratta di gente istruita, tantissimi i laureati, ma che vive in povertà in uno stato notoriamente ricco di risorse minerarie ed energetiche, con una fiorente industria siderurgica, tessile e nucleare, notevole anche nel settore agricolo. A viver bene sono i sostenitori politici del regime, militari e forze dell’ordine, quelli che controllano e seviziano la popolazione per un’inezia. 

Fatima, che è in Italia dal 2017 e abita nel Veneto moglie di un italiano, è laureata in ingegneria e militante nel movimento «Donna-Vita-Libertà» nato con i moti del 2022, è anche socia dell’associazione «Donne con le donne» di Treviso. Spesso si commuove e non riesce a proseguire; è un pomeriggio toccante quello dell’11 gennaio 2024, emotivamente coinvolgente per i membri dell’ateneo che l’hanno invitata a portare la sua testimonianza. Prima di congedarsi, Fatima ha fatto ascoltare la canzone «Baraye», con la traduzione in italiano, un inno di protesta di Shervin Hajipour, cantautore arrestato e rimesso in libertà su cauzione. 

A essere sfavorite sono soprattutto loro, le donne, le quali hanno visto emanate tante leggi islamiche a loro sfavore interpretando il Corano. Basti pensare che il divorzio può essere loro concesso solo con il consenso del marito, e che in caso di controversie e di testimonianza giudiziaria le donne valgono metà degli uomini. 

Sembra incredibile che al mondo esistano ancora regimi così feroci da sopprimere i propri connazionali solo perché chiedono più libertà e diritti.

Tutto ciò insegna che la libertà non deve mai essere data per scontata, che è un valore primario da difendere quotidianamente. Ne sa qualcosa l’Italia che ha vissuto limitazioni e tragedie simili alcuni decenni fa. Anche oggi, anche nei regimi democratici si manifestano abusi e forzature, tendenze restrittive che odorano di ritorno a un certo passato da parte di chi vorrebbe tutti i media asserviti. Spesso ciò avviene in modo subdolo e pretestuoso. Ecco perché non bisogna mai abbassare la guardia. 

 

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