È il 1953. La Seconda guerra mondiale è finita da pochi anni, ma l’Italia è perdente e tutta da rifare; si vedono in giro tanti accattoni, soprattutto mamme rimaste vedove per la perdita del marito, con figli piccoli da sfamare; ci vorranno decenni per risollevarsi. Con questa convinzione molti giovani se ne vanno per cercare di costruirsi un avvenire altrove. Anche Lino Vanin, di Quinto di Treviso, poco più che ventenne, decide di imbarcarsi e andare lontano dalla miseria che perseguita la sua famiglia. «Vado in Australia!», dice ai suoi. Vuole darsi un futuro là dove le condizioni economiche lo permettono, in un continente in pieno sviluppo. Al paese la famiglia lavora degli appezzamenti di un signorotto locale, ma i benefici vanno principalmente allo stesso e occorre sempre tanta fantasia per sopperire alle privazioni. Con pochi soldi in tasca, Lino saluta i suoi, genitori e nove fratelli, e messe in valigia le povere cose personali, si avvia stimolato dai suoi anni ardimentosi convinto che un giorno ritornerà da vincitore, ma… chi può dire quando? Nessuno ha la sfera di cristallo in una situazione così incerta. Luigia e Angelo, i genitori, temono di non rivederlo mai più, e così infatti sarà.
In quel dopoguerra, un’ondata di italiani, indossando l’unico vestito da festa che possedevano e tanta voglia di lavorare, imboccò le vie delle Americhe e dell’Australia per cercar fortuna, portandosi valigie di cartone semivuote ma piene di buoni propositi, con i valori umani acquisiti in famiglie che erano custodi di fede e di tradizioni. Viaggiavano con loro tante speranze e sogni da realizzare.
Nel lasciare il loro paese i migranti non sapevano se ridere o piangere, essendo pervasi da un misto di emozioni: felici perché andavano verso una vita nuova, ma lacerati dalla preoccupazione di non poter più ritornare a vedere il cortile della loro casa e il campanile del loro paese. L’Australia era quella che offriva le maggiori opportunità dato che stava avviando la costruzione di grandi opere ingegneristiche, per questo aveva bisogno di manodopera qualificata, anche nelle miniere, nonché di braccianti per le grandi piantagioni di canna da zucchero e di tabacco del Queensland.
Nei primi anni Cinquanta, dopo la crisi che nei decenni precedenti aveva interessato il mondo, partivano in tanti da varie regioni, anche dal Veneto, e qualche anno dopo si fecero raggiungere dalle famiglie o dalle fidanzate sposate per procura. Nessuna ragazza, infatti, lasciava la propria casa senza aver prima regolarizzato il matrimonio, che era il lasciapassare per mettersi la povertà alle spalle con le costrizioni di una vita di paese fatta di tante rinunce e di scarsi diritti.
Imbarcatosi a Trieste sulla nave Australia, dopo oltre un mese di navigazione, Lino sbarca a Sidney con in tasca un contratto del governo australiano che lo obbliga ad accettare per due anni qualsiasi lavoro che gli viene offerto. Finita la quarantena all’ostello di Bonegilla e appreso che cercano lavoratori in una città lontana alcune centinaia di chilometri, il giovane prende il treno, ma non ha denaro sufficiente per giungere a destinazione. Il controllore è inflessibile, lo fa scendere alla prima stazione e di conseguenza Lino si trova in un piccolo villaggio, apparentemente abbandonato in mezzo al nulla, con sporadiche casupole di legno sperdute in mezzo alla campagna, senza possibilità di ottenere un’offerta di lavoro e senza un penny.
Mentre il treno si allontana sull’unico binario, lasciandosi dietro nuvole di vapore, Lino si porta fuori dalla stazione sedendosi sulla sua valigia a lato della polverosa strada che si allarga davanti all’edificio; come aveva intuito, non c’è anima viva. Ha un momento di sconforto: è stanco e moralmente abbattuto, piange, non sa cosa fare per proseguire il viaggio e in più non sa esprimersi nella lingua locale. Mille pensieri lo assillano: a casa c’è la miseria però è alleviata dal calore familiare, qui è solo, senza alcun sostegno psicologico e senza denaro. Sono i momenti in cui vorresti mandare all’aria tutti i progetti se non fosse che anche questo era già stato messo in conto. Di lì a poco passa una delle rare automobili; il conducente intercetta il suo sguardo affranto e supplicante, forse anche il timido cenno della mano che chiede aiuto. Ricambia il saluto e prosegue per la sua strada, ma fatte poche decine di metri ha un ripensamento, intuendo che probabilmente si tratta di un italiano; alza il piede dall’acceleratore e frena, poi fa retromarcia. È un siciliano, un connazionale che ha colto il suo sguardo disperato e gli chiede il motivo della sua tristezza e del suo arrivo proprio in quella località. Lino allora gli racconta la sua disavventura e quello s’intenerisce: «Hai voglia di lavorare?», gli chiede. «Non voglio altro, sono qui per questo», risponde il giovane con il viso che s’illumina. «Allora vieni con me», e gli fa posto sul sedile accanto. Lo fa salire e dopo un tempo indefinito in cui Lino gli racconta la sua vita e le sue speranze, lo presenta a un latifondista che cerca manodopera per il taglio della canna da zucchero. Viene assunto immediatamente. È una vita dura e pericolosa, insidiata da serpenti velenosi e altri animali selvatici, tanto che gli viene da interrogarsi se abbia fatto la scelta giusta andarsene da casa. La paga però è buona, almeno quella gli dà la certezza che presto potrà voltare pagina. Scrive a casa che le cose vanno bene omettendo i lati più scabrosi per non impensierire i suoi; racconta soltanto che la salute lo assiste, che lavora sodo e guadagna abbastanza da mettere da parte dei risparmi. Spesso inserisce nella busta qualche dollaro per i genitori e delle foto che lo ritraggono sorridente con grossi rettili attorno al collo. Mamma Luigia è in apprensione, il suo sesto senso le dice che non è proprio così, ma confida che il figlio se la cavi e ritorni a casa per farsi una famiglia con una del suo paese. Infatti, dopo qualche anno, Lino invia a suo padre il denaro per l’acquisto di due campi di terra, e tutto fa pensare che presto lo vedranno rientrare per farsi una famiglia in Italia. I genitori però muoiono entrambi cinque anni dopo la sua partenza senza il conforto di rivederlo. Da questo momento la sua corrispondenza si fa sempre più rara fino a scemare del tutto.
Una cartolina da Canberra
Passano gli anni, i decenni, e Bruna, che aveva visto partire Lino quand’era piccolina, nel frattempo è cresciuta e si è sposata; comincia a pensare al fratello che ricorda vagamente e da molto tempo non si fa sentire. Teme che il suo silenzio nasconda una funesta realtà, ma un lumicino di speranza lo cova nel suo cuore. Gli scrive ripetutamente spedendo la corrispondenza all’ultimo indirizzo noto, ma le lettere tornano indietro con la scritta «sconosciuto». D’estate, molti emigrati ritornano a far visita ai parenti, magari per pochi giorni o qualche settimana e lei li contatta l’un dopo l’altro chiedendo informazioni del fratello, ma questi sembra scomparso: nessuno lo ha visto né sa dove attualmente si trovi. Si rivolge allora al Consolato italiano in Australia, ma le ricerche non danno alcun esito.
Sono trascorsi altri anni e ormai si pensa al peggio, quando in paese Bruna incontra una vecchia conoscenza, una ex emigrata canadese, alla quale confida la sua apprensione. Questa, immedesimandosi, si dimostra subito disponibile ad aiutarla; coinvolge un cugino già impiegato all’ufficio immigrazione di Canberra, la capitale dell’Australia. L’uomo, anche se da alcuni mesi è ritornato definitivamente in Italia, si presta volentieri ad avviare delle ricerche avvalendosi delle sue conoscenze, in particolare dei referenti australiani con i quali mantiene tuttora buone relazioni.
Passano altri mesi finché un bel giorno d’inizio autunno il portalettere recapita a Bruna una cartolina, datata 9 settembre 1991: è di Lino, il quale le comunica l’indirizzo e il proprio numero di telefono. La donna fatica a controllare il battito cardiaco nel leggere la stringa telefonica che fa da trait d’union tra lei e il fratello. Ce l’ha fatta, finalmente. Bacia ripetutamente quella missiva tanto attesa. Afferra il telefono di casa componendo una dopo l’altra le cifre vergate sulla carta che ora viaggiano veloci nell’etere. Dopo pochi secondi, sente il suono in sordina che fa il suo dovere lontano: tuu… tuu…; sembrano attimi di eternità finché all’altro capo sente alzare la cornetta: «Hello!». È una voce maschile. «Lino?», chiede lei. «Yes!». La sorella ha un sussulto, s’impapera, sorride, è un sorriso che le viene da dentro e per qualche istante non sa come iniziare, le gote si arrossano, l’emozione è fortissima, poi esplode, è un fiume in piena. Lo saluta cercando di trattenere le lacrime che vogliono scendere libere, gli racconta della lunga attesa, delle apprensioni che aveva avuto, chiedendogli il motivo del lungo silenzio. Lui le risponde che a causa del lavoro itinerante per lungo tempo non ha avuto una fissa dimora; è un piccolo imprenditore in proprio che lavora per un’impresa di grandi infrastrutture (strade, ponti, acquedotti, linee elettriche) e perciò vive e si sposta con una roulotte, la sua casa viaggiante, agganciata al suo autocarro, man mano che i lavori progrediscono. Di ritornare in Italia non ci pensa proprio, soprattutto da quando i genitori sono mancati, avendo perso tutti i contatti e le motivazioni per farlo, anche se ogni tanto lo coglie la nostalgia di un’infanzia trascorsa troppo in fretta. Talvolta con la mente ritorna alla campagna lussureggiante in cui viveva e il richiamo è fortissimo: la casa natia, il cinguettio degli uccelli, il gracidare delle rane, lo stormir delle fronde, le mucche al pascolo che ruminavano placidamente nei cavìni, il lento lavoro dei contadini nei campi che ripetevano sempre le stesse azioni di stagione in stagione, una vita bella e salutare, ma che gli era sembrata immutabile nella sua povertà e non gli dava alcuna prospettiva. Tutto ciò era ormai alle spalle e indietro non si torna.
In Australia si era innamorato follemente di Joy, un’avvenente ventottenne, vedova con due figlioletti, e l’aveva sposata. Si era anche costruito una bella villetta a Metford NSW, la provincia di Canberra e lì abitava adesso con la sua famiglia. Lino raccontò quindi alla sorella come aveva conosciuto la sua sposa. Era successo quando aveva subito un brutto incidente con il camion ed era stato ricoverato malconcio all’ospedale rimanendovi una quarantina di giorni, notizie che i parenti in Italia ignoravano del tutto. Là era stato curato amorevolmente da un’infermiera che gli si era affezionata, tanto che i due si erano follemente innamorati e finirono per sposarsi.
Di ritornare al paese di origine non se ne parla proprio, lo ribadisce a Bruna che insiste per rivederlo. Troppi brutti ricordi d’infanzia hanno tormentato a lungo le notti di Lino: il duro lavoro dei campi per il benessere più del padrone che della famiglia, l’indigenza, la fame, il piccolo mondo chiuso che non prometteva nulla di buono per l’avvenire, la tristezza di dover partire dopo aver visto suo padre bagnare la terra di lacrime e sudore, e la mamma che non sapeva come nutrire i suoi cuccioli. Lino ha voltato pagina definitivamente. Egli però non considera o forse non sa che dopo la sua partenza i tempi sono corsi veloci portando tanti positivi cambiamenti nella società; che l’Italia è risorta dalle macerie diventando una nazione evoluta e industrializzata, tra le prime al mondo, munita di moderne infrastrutture, con la popolazione tutta occupata in uno sforzo di crescita e di benessere; non sa che le famiglie si sono costruite la casa nuova dotandola di elettrodomestici e ora tutti viaggiano non più su carretti ma su automobili che riempiono le strade delle vacanze; che il Paese nel dopoguerra ha vissuto una nuova primavera, ricca di colori e di opportunità: un vero miracolo economico.
«Ritorna! - lo supplica Bruna - Sei sangue del mio sangue, voglio rivederti almeno una volta». Fatto è che la telefonata si protrae per un bel po’ finché si lasciano non senza che la sorella gli esprima ancora una volta il forte desiderio di riabbracciarlo.
Non passano ventiquattro ore che il telefono in casa di Bruna squilla: è ancora lui, Lino, che per tutta la notte, insonne, ha rimuginato le parole della sorella, il suo desiderio di rivederlo, di abbracciarlo, di stare un po’ insieme e di conoscere il suo trascorso per colmare il vuoto che dura da troppo tempo. Di fatto Lino invita lei e il suo sposo in Australia. Il marito di Bruna, però, ha troppi impegni pendenti essendo un imprenditore, pertanto non può accogliere la proposta, al contrario della moglie che, euforica, acconsente ben volentieri. A lei si unisce la sorella Anna, e, acquistati i biglietti aerei, prendono il volo che varcando gli oceani le trasporta nella terra dei canguri.
Dopo molte ore, atterrano nell’altro emisfero, trovandosi immerse nella confusione dell’aeroporto di Sidney. Come fare a riconoscere il fratello dopo così tanti anni? Bruna non si perde d’animo, di statura non è molto alta e fatica a vedere oltre le teste che le stanno davanti; prima che la sorella possa dissuaderla sale sui suoi bagagli soverchiando i presenti, si guarda intorno e amplificando la voce strilla il nome del fratello: «Linoooo…». Tutti si girano, probabilmente chiedendosi «Chi è la pazza che grida in questo modo?». Da non molto lontano, però, pure Lino l’ha udita, e ora si sta avvicinando spingendo speditamente un carrello da trasporto bagagli tenendo in una mano due mazzi di rose rosse. È un attimo di sospensione, l’emozione è fortissima, di slancio si abbracciano in una stretta così energica da farsi male, più eloquente di ogni parola, mentre i vestiti si bagnano di lacrime di incontenibile gioia. Pochi monosillabi colmano un tempo indefinito.
Nella terra dei canguri
È il 1992. Bruna e Anna hanno realizzato quel sogno covato da sempre. Rimangono con il fratello circa quaranta giorni nella sua ridente casa con giardino vicino all’oceano dove gli uccelli volano liberi e le nuvole bianche sembrano non aver fretta, giorni in cui cercano di colmare un quarantennio rimasto sconosciuto. Una cosa colpisce in particolare le due sorelle: Lino è pazzamente innamorato della vita. Tutti i giorni sono programmati per visitare quella terra affascinante, lontana e sconosciuta, progredita grazie anche a tanti italiani, lavoratori operosi come lui.
L’uomo lavora ad asfaltare strade, è un caposquadra stimato e adeguatamente retribuito. Durante la licenza che si è preso, conduce le due donne ovunque, a visitare città e musei, Sidney in particolare, con l’Opera House, l’Harbour Bridge, la torre panoramica, la baia, la cattedrale di St. Mary, e poi l’acquario con oltre diecimila specie acquatiche, le spiagge famose per praticare il surf, il giardino botanico e altri parchi dove vivono koala, canguri, scoiattoli e caprioli per la gioia dei bambini. Sono giorni felici, spensierati, con tanti momenti di intimità e di memorie mentre il barbecue è spesso in attività. Joy, la brava moglie di Lino, è una donna dolce e solare, di religione protestante, che parla soltanto l’inglese, ma è tanto piacevole; non da meno è il loro pappagallo parlante, che tiene compagnia. Anna e Bruna scoprono così che i due coniugi non sono soltanto genitori ma anche nonni e bisnonni felici. Come spesso accade, i bei giorni se ne vanno fin troppo velocemente ed è arrivata l’ora di lasciarsi, di ritornare in Italia. Lino stringe forte i denti per cercare di non piangere, sa che non le vedrà mai più, e guardando in volto le sorelle si accorge che hanno gli occhi lucidi pure loro.
Sei mesi dopo apprendono con dolore che il fratello è deceduto a causa di una grave patologia che gli era stata diagnosticata da tempo e non gli ha dato scampo. È un fulmine a ciel sereno, o, meglio, una doccia ghiacciata. A niente sono valsi i tentativi di salvarlo, i consulti dei luminari, le chemio, le promettenti cure. Ha lottato Lino, ma è stato sconfitto: il morbo era di quelli spietati, incurabile. È stato sconfitto nel fisico, non nei sentimenti e nei valori che si portava dentro, che anzi si sono moltiplicati. Le sorelle non si danno pace. Sono trascorse soltanto poche settimane da quando lo hanno lasciato in salute, così almeno sembrava a loro. Un destino beffardo e spietato glielo hanno portato via proprio quando, dopo una lunga e sofferta ricerca, l’avevano ritrovato. D’improvviso comprendono che la malattia era già in uno stadio avanzato quando erano state a incontrarlo. Ecco cos’era quel colorito giallastro che gli vedevano sul volto, ch’egli ben mascherava distraendole con la gioia di averle accanto.
Sepolto Lino, da oltre un ventennio anche i contatti con la sua famiglia, con la moglie Joy, si sono estinti, ed è un vero peccato perché un po’ delle radici dei Vanin di Quinto di Treviso vanno pur sempre allungandosi anche in terra australiana.
