Mio padre

Mio padre si alzava presto la mattina, d’inverno con il buio pesto, d’estate alle prime luci, prima ancora che il gallo svegliasse tutto il vicinato. Con il suo Motom50 a miscela, si recava in una fabbrica di piastrelle a Treviso. Non mancò mai dal lavoro perché non poteva permettersi di perdere nemmeno una giornata avendo una numerosa famiglia sulle spalle, e grazie a Dio, pur essendo magrissimo, la salute lo assisteva. Ci andava in tutte le stagioni con la forza dei suoi anni in fiore, che fosse bello o brutto, con la nebbia, il freddo, la pioggia o la neve. Nelle giornate ventose, sotto un liso pullover di lana, per proteggersai il petto, inseriva un foglio di carta di cellulosa strappata dai sacchi di cemento. Nella stagione rigida, invece, applicava il parabrezza al motorino e indossava un roso giaccone di pelle donatogli da un conoscente. Ritornava nel pomeriggio, non per riposarsi ma per andare in campagna a lavorare un modesto appezzamento di proprietà, coltivato ora a granoturco ora a frumento dove c’era sempre tanto da fare: togliere le erbacce, zappare, falciare, rastrellare e caricare l’erba che trasportava su un carrettino attaccato alla sella della bicicletta. Tutta la vita così. L’unico vantaggio era di trovarsi in un ambiente green, tra la natura incontaminata, la sola che si prendeva cura del suo benessere. L’erba raccolta lungo i fossati serviva per nutrire la mucca che tenevamo nella stalla a fianco dell’abitazione presa in affitto. Già prima di recarsi al lavoro, Giobatta accudiva e mungeva la bestia, parlandole e curandola come fosse un familiare cui tutti noi eravamo aggrappati per come ci ricambiava: era il nostro supermercato. Ricordo il giorno in cui dovemmo liberarcene per trasferirci nella casa nuova: mio padre, con il cuore in mano, la raccomandò al compratore dicendogli di trattarla bene perché era buona e produttiva. L’altro lo guardò in volto stupito, poi comprese che stava soffrendo il distacco e gli diede ampie rassicurazioni.

Quando sento raccontare dei disagi patiti in guerra o in prigionia da un genitore, fratello o zio, pur cercando di immedesimarmi nelle loro sofferenze, non posso tuttavia non pensare a mio padre che la guerra l’ha combattuta non per qualche anno ma per tutta la vita, certo non in trincea o nei lager, ma da civile, e forse non è stata meno crudele. Molti ex internati hanno poi ottenuto onori e sicuri posti pubblici per sé e i propri figli, potendo farli studiare e consentendo loro una vita agiata in tempi in cui si tirava la vita con i denti. 

Mio padre non aveva fatto il militare a causa della poliomielite che l’aveva colpito in tenera età. Tuttavia, pur invalido civile, ha combattuto tante battaglie, sopportato umiliazioni e stretto la cinghia per mantenere la famiglia, contribuendo con il suo lavoro a risollevare l’economia di una nazione disastrata. Non ha mai chiesto né ottenuto nulla, nemmeno uno straccio di pensione civile perché il grado d’invalidità che gli concessero si fermò a un punto dall’averne diritto, «perché lavora» ‒ così motivarono quelli della Commissione che lo visitarono ‒ eppure non l’ho mai sentito piagnucolare nemmeno una volta. Era un semplice operaio, talvolta troppo remissivo, ma sempre con tanta dignità: preferiva ingoiare rospi piuttosto che contrapporsi. Gli vidi perennemente le mani callose, lavoratore dipendente in fabbrica e contadino per sé e per aiutare altri, assicurando il sostentamento alla moglie, ai quattro figli e ai genitori.

Ero un ragazzo di scuola elementare, ma non potrò mai dimenticare la frustrazione che gli vidi in volto quella volta che, recatosi in municipio a chiedere di poter falciare i cigli di una strada polverosa per nutrire la mucca, il funzionario comunale, anziché ringraziarlo per il servizio che avrebbe svolto alla collettività, squadrandolo con aria di superiorità, gli chiese in cambio mille lire senza fargli la ricevuta. Da operaio a quel tempo percepiva uno stipendio mensile di circa 25.000 lire. Ancora peggio gli andò quando furono edificate le case del cosiddetto Piano Fanfani e chiese di ottenere un alloggio. Gli fu negato nonostante la famiglia figurasse nei registri dell’Ente Comunale Assistenza e nonostante che il medico della mutua, il solo che veramente si preoccupasse di noi, continuasse a segnalarci in municipio come inderogabilmente bisognosi di un domicilio più civile. Dormivamo mia sorella, mia nonna ed io, in un granaio sopra la stalla, senza finestre e senza soffitto, con le pannocchie sotto il letto, e così in tutte le stagioni, anche le più crude. Già due miei fratellini erano morti di soli sei mesi per malattie dell’infanzia, ma nessuno s’intenerì per questo. All’ennesima richiesta, gli assicurarono che avrebbero provveduto, poi non successe nulla, e lui si rassegnò pensando di non averne diritto o che in questa graduatoria ci fosse gente messa peggio di noi. Intanto amici e compagni saltavano la fila, e c’erano sì dei diseredati che abitavano in case fatiscenti come la nostra, ma anche dipendenti pubblici che avevano entrate sicure. Anche allora, in tempi di alti principi morali, c’era chi aveva il cuore arido e un basso livello di coscienza. Nonostante ciò, mio padre era una persona fondamentalmente serena. 

La corruzione, antitetica all’onestà e al bene comune, trova terreno fertile in ogni epoca ed è la conseguenza di un progressivo disfacimento morale e sociale. Mio padre «non ne aveva diritto» perché le file le detestava; diceva infatti che chi fa la fila non è un uomo libero, ricordandosi le adunate a cui era stato costretto a partecipare quando si cantava «Giovinezza». Forse, ingenuamente, aveva troppa fiducia nel modus operandi dell’autorità costituita ed era incapace di ribellarsi alle ingiustizie, coltivando buoni rapporti con tutti e tutti lo stimavano per mitezza e levatura morale. Sostanzialmente era un idealista in tempi in cui tutti gli idealismi erano crollati con le rovine di un conflitto disastroso. 

Aveva un fratello emigrato in Canada nel 1953, il quale insisteva perché lo seguisse; egli però non se la sentì di lasciare soli gli anziani genitori. Era molto credente, per tradizione familiare, avendo due zie Stimmatine Francescane in periferia di Firenze. Fu grazie a loro se la nostra famiglia poté usufruire di qualche donazione, soprattutto di un po’ di vestiario. In seguito, gli fecero credere che bisognava votare in un certo modo per avere diritto a dei sussidi, ma anche questo stratagemma non funzionò o, meglio, portò vantaggi ai soliti prontamente saliti sul nuovo carro. Perfino il parroco nelle omelie raccomandava di votare per il partito crociato. Fortuna volle che Cristo fosse già sceso dalla croce e salito al cielo, altrimenti gliela avrebbe data in testa, la croce. Era il cosiddetto Veneto Bianco, ma che presentava anche delle zone opache.

Giobatta ha combattuto e perso tante battaglie, ma ha vinto quella di rimanere fedele alla sua onestà e al suo pensiero. Certo la giustizia, quella maiuscola, anche allora era un valore, ma non per certuni che occupavano posti di potere, troppo riversati su sé stessi per accorgersi dei bisogni degli altri. Erano gli stessi che avendo subodorato il vento del cambiamento si erano prontamente riconvertiti e andavano di casa in casa a procacciare voti, a «far tessere» come si diceva allora, essendo ben gratificati dagli onorevoli che salivano da Roma dopo ogni elezione. Conseguentemente si credevano un gradino più su degli altri, guardavano la gente altezzosamente organizzandosi in gruppi e associazioni, erigendo monumenti alle loro non proprio mirabolanti gesta, non fosse mai che qualcuno ci mettesse il naso e ne rovinasse l’incanto.

Mio padre non era abituato ad alzare la voce, ma nemmeno s’inchinava per ottenere ciò che gli spettava. Ciò non gli giovò certamente, ma continuò a fare il proprio dovere di marito, genitore, nonno, lavoratore, cittadino, elettore, contribuente, mantenendo la schiena dritta. Non fu mai gratificato in alcun modo, né mai lo pretese, non dico per due o tre anni di sofferenze, ma neanche per un giorno dei suoi settantasei anni: il premio andò a prenderselo nell’Aldilà. Se lo portò via una patologia causata dalla polvere di cemento respirata per decenni nella fabbrica di piastrelle, e forse non furono estranee le Alfa che fumò fino a quando gli mancò il respiro. I medici gli dissero, a lui che non aveva mai conosciuto un giorno di malattia, che doveva abbandonare subito quel vizio se voleva continuare a vivere. Quel verdetto gli fu traumatico, lo pose con le spalle al muro e smise di punto in bianco. 

Come famiglia ci risollevammo al sorgere di una nuova alba economica. Quella dolce luce del benessere che ci investì, seguita dai tiepidi raggi del sole dell’avvenire, fece evaporare le nebbie della ristrettezza nel miracoloso decennio che interessò la Nazione. Quel Boom offrì tante opportunità a chi seppe approfittarne, al Veneto in particolare, e così anche alla nostra famiglia alla quale la voglia di rimboccarsi le maniche non è mai mancata. Di treni così non ne vedemmo più passare, ma noi sapemmo cogliere l’attimo propizio per salire su quell’unico convoglio e arrivare finalmente a costruirci la casa nuova, la prima tutta nostra, erigendo muri ma allargando l’ingresso e le finestre per essere più accoglienti, destando anche qualche moto d’invidia. Fu possibile grazie alla determinazione di mia madre, donna istintiva e decisionista, e ai figli maggiori che avevano trovato un impiego, così raggiungemmo pure noi una discreta floridezza senza dover toglierci il cappello e poter continuare ad andare a testa alta. 

Di quand’ero bambino, ricordo tanti volti di persone care, gente di buon cuore. Per prima mia nonna Luigia che chiamavano Jija, la quale mi voleva un gran bene e di cui avrei tante cose da raccontare. Di mio nonno Nani non ho molti ricordi perché era spesso assente essendo un ricercato salumiere e morì quand’ero piccolo. Un altro era Bèpi Finèsia, un omone con il baffo, il quale, oltre a essere il padre del sindaco del paese, aveva un figlio con un allevamento di polli e succedeva spesso che nella calca qualcuno stramazzasse. Il figlio lo avrebbe eliminato com’era d’obbligo sanitario; egli, invece, lo raccoglieva di nascosto mettendolo in un sacco che lasciava poi davanti a casa nostra quando passava per andare nei campi. A mia madre non sembrava vero di poter metterlo in pentola. Bepi talvolta mi faceva salire sul carretto trainato da un’asina e mi portava con sé nella lussureggiante campagna che allora non subiva eccessi climatici, incaricandomi di qualche piccolo servizio che ricompensava con qualche moneta. 

Un’altra brava persona di cui porto un amorevole ricordo era Angela Binéta, che non transitava mai davanti a casa nostra con carro e buoi senza fermarsi a salutarci. Ormai anche le bestie si arrestavano istintivamente. Nel borgo, intanto, si spandeva l’aroma del pane appena sfornato che Italo, il panettiere dei Bomba, trasportava in una grande cesta sul manubrio della bicicletta al grido «paneee...». Noi bambini lo imitavamo e appena lo vedevamo spuntare, come pappagalli ripetevamo lo stesso verso. Egli sapeva stare al gioco e sorrideva perché era lo stesso alimento a dare felicità; pedalava così lesto che avrebbe potuto partecipare al Giro d’Italia. 

Nelle borgate non giravano soltanto brave persone. Un giorno a casa nostra giunse improvvisamente un malavitoso e mia nonna, che aveva parecchie esperienze sulle spalle, intuì subito che era un poco di buono: «Donna, dammi la vecchia calièra di rame ed io te ne do una nuova», le si rivolse sfacciatamente. Si trattava del paiolo posato fuori dell’ingresso di casa dalla sera precedente, ancora con le croste dell’ultima polenta. Mia nonna rifiutò risolutamente, ma quello strattonandola senza ritegno glielo strappò di mano, montò sul motorino e fuggì promettendole che sarebbe ritornato. Lei ci rimase male e, ovviamente, non lo rivedemmo più perché si trattava di un errabondo che trafficava in metalli pregiati. 

Talvolta penso che il Rinascimento della nostra famiglia non sia avvenuto per caso, ma che il Buon Dio in cui abbiamo sempre riposto fiducia ci abbia messo una mano, forse perché quand’eravamo in condizione d’indigenza non ci dimenticavamo mai di chi se la passava peggio di noi. Eh sì, per fare i generosi bisogna aver provato le privazioni e acquisito una certa sensibilità, e quelli erano tempi in cui la solidarietà era di casa. Nel dopoguerra tanti mendicanti andavano di casa in casa chiedendo la carità, soprattutto giovani vedove con prole che avevano perso il marito al fronte, e mia madre donava loro sempre qualcosa, un tozzo di pane o un indumento usato. Un dì, suonava mezzogiorno, bussò alla nostra porta un anziano, che forse non era così attempato, ma era talmente malridotto che faceva pena, aveva fame. A mia madre, che stava per servire in tavola, quel povero cristo fece tanta compassione, non ci pensò un attimo: gli diede un piattone di riso riducendo la razione a noi quattro bambini e di più a sé stessa. Il pover’uomo, seduto a tavola con noi, lo ingurgitò con tale avidità che non riuscivamo a staccargli gli occhi. Al momento di commiatarsi ricompensò mia madre con un luminoso sorriso e a noi diede una dolce carezza che sembrava una benedizione. A volte penso che si sia guadagnata il paradiso per quel suo pietoso gesto evangelico, che non rimase isolato. Ecco perché sono cresciuto con la convinzione che a essere generosi con chi è in difficoltà porti fortuna e che ad aiutarci sia stato il Cielo. Se mi guardo attorno, però, mi chiedo se stiamo tessendo ancora quella stoffa di valori che contraddistinguevano la società o se non abbiamo perso qualcosa. Quando vedo i giovani aprire con disinvoltura il frigorifero e rimpinzarsi a qualsiasi ora, mi chiedo se siano in grado di immedesimarsi in chi non ha sufficienti mezzi per vivere e quale resilienza stiano acquisendo di fronte ai disagi che potrebbero riguardarli. 

Quando penso a quei tempi, non posso non contrapporli agli attuali e mi coglie lo sconforto. Ora la solidarietà è percepita solo per sé stessi. Hanno iniziato i «Forconi» a ribellarsi al versamento delle imposte, loro che già le pagavano in modo irrisorio. Poi è stata tutta una decrescita solidale e ora ci sono capipopolo che si vantano di tener chiuse le porte, altro che Mare Nostrum. Se poi guardo alla società in cui vivo, mi cadono le braccia. Le ingiustizie dilagano e sottraggono risorse ai veri bisognosi perché i falsi poveri e il malcostume si mangia le sovvenzioni statali. È la solidarietà all’incontrario, segno di un Paese che negli aviti valori va gradualmente regredendo. 

Mio padre, cresciuto con tante privazioni, sapeva dare il giusto valore alle cose, non buttava mai nulla perché, come spesso ripeteva, le cose messe in un cantón no ‘e perde mai stajon. Non visse molto a lungo: se ne andò quando aveva da poco raggiunto l’agognata quiescenza, ossia quando avrebbe potuto cogliere i frutti di un’esistenza di rinunce e dedizione alla famiglia. Lo seguì di lì a poco mia madre per una patologia polmonare, lei che non aveva mai fumato, e forse non fu estranea la ciminiera della fabbrica di asfalto, vicino a casa nostra, che per un trentennio eruttò polveri nocive sul borgo tanto che i tetti rivelavano un sottile velo grigiastro: fu il nostro Vesuvio.

Da mio padre ho ereditato la voce, è lì che porto il suo inequivocabile imprinting, e ciò dimostra che il passato è dentro di noi e non possiamo ignorarlo. Non potrò mai dimenticare quel giorno in cui, dopo alcuni anni dal nostro trasferimento nella nuova abitazione, feci visita a Graziosa, un’anziana di cui eravamo stati buoni vicini, che aveva perso la vista. La figlia, facendomi accomodare, le domandò se riconoscesse la voce di chi le stava davanti, e m’invitò a dire qualcosa. Le andai vicino prendendole le mani scarne e la salutai chiedendole come stava, lei esclamò convintamente il nome di mio padre. Da mia madre, invece, ho preso il senso pratico delle cose e il dire bianco al bianco senza compromessi, talvolta così impulsivamente da incrinare la mia serenità complicandomi la vita. Ecco perché non potrei mai fare il politico.

Il progresso portò sì il benessere, ma registrò anche una verticale caduta di valori etici, con ipocrisie, invidie e odio anche tra famiglie, specchio e premessa di nuovi conflitti vicini e lontani, perché la Storia non è mai stata una brava maestra di vita o, meglio, l’uomo ne è spesso un pessimo allievo, così è destinato a essere ancora protagonista degli scenari più cupi. Mi capita sovente di pensare che da questo punto di vista i nostri anziani hanno avuto il sollievo di lasciare questo mondo prima di veder progredire più le armi che l’emancipazione dalla povertà.

Soltanto il giorno del suo trapasso compresi pienamente di quale pasta fosse fatto mio padre. Di gente così si sta perdendo la semente. Ai tanti come lui non hanno mai eretto un monumento, hanno avuto soltanto una lapide post mortem dai famigliari.

Avevo studiato gratuitamente in un collegio francescano e quando ritornai a casa, il parroco del mio paese mi accompagnò in un istituto di preti per farmi continuare gli studi perché voleva che diventassi un professore. Rifiutarono quando appresero che i miei genitori non potevano pagare la retta: i frati sì, loro no. Non ho perso la fede per questo, ma mi sento un professore mancato. Cionondimeno sono riconoscente a mio padre per aver avuto la felice intuizione di mandarmi a studiare in quel collegio francescano, tra le verdi colline fiorite dove mormora il Chiampo, e poi in quello dove si alza il campanile di San Daniele, dove i frati non chiedevano nulla in cambio e ai quali sono intimamente grato per avermi dato la possibilità di avere una vita colorata, certamente più rosea della sua.

 

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