presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Bandiera (“Tardivèl”)

bandiera01Bandiera, un cognome che evoca il senso d’appartenenza. Ognuno infatti ha un vessillo in cui riconoscersi, ma soprattutto una volta costituiva l’ideale per cui battersi e se necessario sacrificare la propria vita. Bandiera è un nome di famiglia diffuso in varie regioni italiane. Nel comune di Paese (Treviso-Italy) vede la presenza oltre che nel capoluogo, soprattutto in Castagnole, dove i Bandiera sono conosciuti con i soprannomi “Tardièi” e “Tardiéti” per pura distinzione, pur essendo di un unico ceppo. Ciò è supportato anche dal fatto che abitavano nella stessa casa ed avevano in comune varie omonimie. Del tutto ignoto invece il significato dei due soprannomi attribuiti soltanto recentemente perché nel registro dei battezzati della parrocchia di Castagnole non figurano affatto. I Bandiera infatti emergono quasi esclusivamente con il soprannome “Tardivèl”. Un altro è “Lanèr, che ha fatto la sua comparsa nel secolo XIX, probabilmente riferito ad un commerciante di lana. Il 20 aprile 1853 si sposava in Castagnole “Giacinto Bandiera detto Laner, nato a Caerano nel 1819 figlio di Antonio e Pasqua Daniel, coniugato con Domenica Miglioranza”. Sempre riferito a questo casato, il 22 ottobre 1869 nasceva “Bandiera detto Laner Credoindio Giuseppe dei coniugi Giovanni di Giuseppe e Maria Pavan”. Doveva essere gente molto credente se nel 1875 misero al mondo un altro figlio chiamandolo “Pietro Fedele in Dio”. A Castagnole, i Bandiera erano presenti già nel Settecento ed erano veramente tanti. Basti pensare che in tutto il secolo XIX sono state contate circa centocinquanta nascite, per questo riuscirono perfino ad unirsi fra parenti. Dai documenti consultati, risulta che il primo si chiamava Marco, nato intorno al 1750. Marco era pure il figlio, che probabilmente non conobbe suo padre. Marco figlio, il 21 febbraio 1791, sposò Catarina figlia di Giovanni Mussato. Contemporanei di questi erano i coniugi Speridione di Valentin e Maria Fantina, genitori di Angelo (1785), Giovanna (1794 e 1795) e Antonio (1800). Valentin (ca. 1750) potrebbe essere stato fratello di Marco. Molto nutrita anche la discendenza di Angelo, figlio di Speridione, che, sposata nel 1808 Eurosia (Rosa) Giuriato, fu padre di ben quindici figli, venuti al mondo nell’arco di ventisette anni… Dal replicarsi di alcuni nomi appare chiaro il tributo pagato alla mortalità infantile in anni di gravissima povertà. Erano questi gli antenati dei “Tardiéti”. Erano fittavoli di Basso Basso, possidente di Maser, per conto del quale lavoravano la terra occupandone l’annessa casa, un fabbricato rurale tuttora visibile in Castagnole. Sedici furono i figli di Antonio e Carolina, anche se ne sopravvissero solo sette. Gli altri andarono come tributo alla fame e alle malattie perché, nonostante il duro lavoro, la rendita era assai scarsa e gran parte del ricavato andava inesorabilmente al padrone della terra. A quei tempi non esisteva altro modo di procurarsi da vivere e generalmente, come nel caso di questa famiglia, c’era un eccesso di persone rispetto al ricavato, con gli enormi problemi che ciò comportava. Le cose peggiorarono ulteriormente con l’arrivo dell’industrializzazione e conseguente diffusione di congegni agricoli: la macchina sostituiva l’uomo; sembrava una magia. Tanti contadini rimasero disoccupati e non sapendo esercitare altro mestiere si misero a vagabondare cercando lavoro. Il vagabondo era un tipo a metà strada tra il poveraccio e il malavitoso. In fondo, doveva pur vivere di qualcosa anche lui. Affrontare la lunga discendenza dei Bandiera “Tardièi” sarebbe sforzo immane. Una rievocazione merita tuttavia un illustre membro, vissuto nei primi decenni del secolo scorso. Si tratta di Sandos Bandiera, detto “Il toro del Montello”. Il suo vero nome era Antoniobandiera02 (1884), figlio di Francesco (1850) di Giacomo e di Anna Aere. Aveva sposato Anna Grassato da S. Antonino (Treviso) il 20 febbraio 1909, risposandosi nel 1939 a Carbonera con Lucia Bandiera “figlia di Angelo d’America”. E in America, soprattutto negli U.S.A., godette di grande fama. Fu campione del mondo di lotta libera. La sua biografia un po’ romanzata è riportata in un opuscolo di Giorgio Zamberlan, dato alle stampe nel 1943 per i tipi delle Officine Grafiche Longo & Zoppelli di Treviso. Vi si legge tra l’altro: “La sua prestanza fisica ri rivela fin dai primi anni d’infanzia in uno sviluppo precoce e già i suoi coetanei della scuola elementare di S. Antonino imparano a conoscere la sua forza erculea, al punto di chiamarlo con l’appellativo di “Toro del Montello”. Immaginate che a soli 14 anni riuscì a portare sulle spalle una mucca di 5 quintali. Un’altra volta, per giocare uno scherzo ad un contadino, si caricò un somaro sulle spalle e salì una scala a pioli deponendolo in un fienile. Intanto Sandos frequentando la palestra di Treviso stupisce i sollevatori di pesi che si allenano per i campionati italiani. Solleva con un braccio di slancio 110 kilogrammi e non ha ancora 15 anni. È di allora il suo incontro con Giuseppe Quaiat, lottatore professionista, che se lo portò in Istria, Dalmazia, Montenegro, insegnandogli le astuzie del mestiere... Nel 1905 parte per la California con i soldi prestatigli da un trevigiano. A S. Francisco incontra un italoamericano che gli fa da impresario e dal quale viene truffato. Viene poi ingaggiato da un altro connazionale, certo Amerigo Nasato che lo inizia ai segreti della boxe e finalmente vede i primi guadagni. Sandos e un suo amico italiano finiranno poi incidentalmente in Alaska, in regime di semischiavitù per la pesca del salmone…

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