presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Cancian (“Canciàni”)

cancianPiù volte era stato bastonato dai fascisti perché si opponeva alla loro volontà. Paolo Cancian (1893-1972) non li poteva proprio soffrire. Ne aveva visto tante in giro per il mondo, da emigrante e da prigioniero durante la Grande Guerra, il peggio tuttavia doveva ancora arrivare. Erano gli anni dell’Era Fascista e quando qualcuno tornava dall’emigrazione era circuito da certi individui di Paese (Treviso-Italy) che gli giravano intorno come avvoltoi pronti a calarsi sulla preda. Lo scopo era di fargli investire il denaro per il loro tornaconto. Anche Paolo, ritornato dagli U.S.A. con il suo bel gruzzolo, fu avvicinato da questi loschi personaggi che insistevano perché facesse da garante ad un certo B.N. da Villa, militante nella “Mano Nera” locale, ma egli indubitabilmente si rifiutò. Lo attesero una prima volta con il buio mentre rincasava e gli diedero una razione di bastonate, tanto che rimase a letto per alcuni giorni, stordito e ammaccato. “Firma! Se non firmi ti uccidiamo!”, gli avevano detto, ma non aveva ceduto al ricatto perché, da convinto antifascista, rifiutava la violenza ed era un temerario. Il pestaggio si ripeté dopo un po’ perché, purtroppo “quelli erano i tempi degli arbìtrii più selvaggi; tempi in cui il regime premiava e promuoveva i suoi sicari e copriva di ludibrio e disonore le vittime e le loro famiglie”. La moglie, Maria De Lazzari (1895-1966), preoccupata di perdere il marito, lo supplicò di cedere. Alla fine Paolo si rassegnò per amore della sposa, anticipando parte del denaro necessario all’acquisto di una casa con annesso terreno agricolo, e come garante sottoscrivendo alcune cambiali. Come si temeva, poiché tutto era stato prefissato, il beneficiario non mantenne l’impegno e Paolo non solo ci rimise il denaro, ma dovette privarsi anche della propria casa per onorare il debito del compaesano... Angelo Paolo Cancian, questo il suo nome completo, aveva lavorato in Toronto, per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove faceva il pavimentista; costruiva lastre di granito per banconi di locali pubblici, saloon, bars e ristoranti. Lavorava senza risparmiarsi nella costruzione di grattacieli a Detroit, Chicago e New York, tanto da mettere da parte una bella somma da mandare alla moglie per l’acquisto di due campi di terra nei pressi di Villa, vicino ai Lorenzetto (“Casteàni”) e ai Venturin (“Spinòti”) dove nel 1927, tornato definitivamente ed acquistata dell’altra terra, edificò la nuova casa con stalla, mettendosi a fare il contadino. Intanto Maria, per risparmiare il denaro che il marito le inviava, andava a servire in casa di suo padre, lavorando la terra e campando con quanto guadagnava. Paolo e Maria fecero venire al mondo nove figli a cavallo dei due conflitti mondiali. La primogenita era Caterina Maria, chiamata Dina (1920), nata quando suo padre era da poco emigrato, si sposò con Giovanni Berlese (1915); nel 1924 arrivò Ermenegilda, detta Ermes, che il 10 febbraio 1955 si unì con Angelo Berti (1922-99), di Giovanni e Luigia Miglioranza, nella chiesa del Sacro Cuore in Edmonton, nell’Alberta (Canada); terza era Dina Florida, da tutti conosciuta Delfina (1926), moglie di Augusto Migot da Paderno di Ponzano; nel 1928 finalmente arrivò il primo maschio: Antonio Pietro, unito con Assunta Cason (“Fazi”) da Porcellengo, abita in Sovernigo dopo essere stato anch’egli emigrante in Canada; quinto era Lino Giovanni (1929-92), detto Nino, che aveva sposato nel 1966 Renza Tavernaro da Montebelluna, emigrando poi in Canada senza più ritornare; sesta era Ida Rosetta (1930-44), deceduta a soli quattordici anni nell’Istituto Marino di Jesolo; nacque poi Catarina Luigia (1933), sposata ad Italo Lucchese da S. Bona; penultima era Luigia Bruna, chiamata Luigina (1934), andata sposa a Primo Bassani da Monigo; il più giovane era Pietro Bruno (1938-67), emigrato in Canada dove conobbe Maria, una calabrese, con la quale convolò a nozze; la sua discendenza continua colà. A rinverdire la storia dei Cancian è stata Ermes, figlia di Paolo e vedova di Angelo Berti, in uno dei recenti viaggi in Italia. Abita a Calgary, nell’Alberta, dove risiedono anche i suoi tre figli nati in quella terra: Maria Luigia, Giampaolo e Luciano, tutti sposati. Paolo, venduta la casa nuova di Villa, acquistò due campi di terra con una porzione di casa vecchia verso Porcellengo, vicino a quella dei Berti. Ma in quel posto Maria non volle rimanere perché troppo isolato e così due anni dopo si liberò anche di questi beni cedendoli ai Maritan, vicini di casa dei Beccevello (“Rasmi”). I Cancian, nel 1934 acquistarono quindi una casetta di due piani a Sovernigo dal “Vècio Postioma” (Virginio Mattiazzo – 1872, o forse dal padre di questi: Antonio), vicino all’osteria di Canèo (Lucchese). La sorte però volle che anche lì i Cancian non potessero rimanere a lungo, perché per accedere alla casa occorreva necessariamente passare attraverso una stradina dei Lucchese, i quali decisero un bel giorno d’ingrandire il loro edificio per costruire il negozio di generi alimentari e necessitavano dello spazio occupato da quel passaggio così vitale per i “Canciani”. La casa fu quindi ceduta ai Lucchese che la fecero demolire per erigere l’esercizio pubblico. I Cancian acquistarono quindi in Sovernigo la casa dei Breda, emigrati a Littoria, al n. 25 di Via Trieste, attuale Via Asiago… A Paese vive tuttora la discendenza di B.N. (iniziali convenzionali), nella casa pagata in gran parte con i sacrifici del temerario compaesano: l’antifascista Paolo Cancian.

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