presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

Cendron (“Pitusséti”)

cendronAbitavano nel borgo più antico di Monigo, frazione di Treviso (Italia), in quella che un tempo era conosciuta come Via del Comune, laterale sinistra dell’attuale Via Sant’Anna, nei pressi dell’omonimo oratorio, un tempo feudo dei Conti Baroncelli che qui tenevano una casa padronale. I Cendron, fin dall’Ottocento erano fittavoli dell’Istituto per l’Infanzia Santa Maria della Pietà di Venezia (Esposti), per conto del quale lavoravano sei campi di terra, risiedendo nella casa colonica di pertinenza. Giuseppe Cendron (1891), figlio di Giacomo ed Emilia Galliazzo, chiamata Silia, si era sposato il 4 aprile 1918, già padre di una bimba di un anno, con Maria Pallavisini (1896) da Lestizza di Morteliano (Udine), figlia di Luigi e Maria Michielutti, che aveva conosciuto quand'era al fronte della Grande Guerra, prima che fosse sfondato proprio da quelle parti, a Caporetto. Pallavisini è un cognome presente quasi esclusivamente in Friuli Venezia Giulia. Quella di Maria era una famiglia di contadini, ma papà Luigi era anche un bravo sarto. E in Friuli, Giuseppe aveva fatto il militare nel Corpo degli Alpini, addetto alla sorveglianza e gestione dei muli, così preziosi nei trasporti attraverso gli impervi sentieri montani. Nel poco tempo libero aveva conosciuto Maria e fra i due era subito scoccato un colpo di fulmine, un amore travolgente e passionale che li legò per sempre. Infatti, i due “colombini” convolarono a nozze circa due anni dopo, quando Maria era già mamma da circa un anno e la Grande Guerra volgeva all’epilogo. Cendron, un cognome presente in poche decine di comuni italiani, prevalentemente nel Trevigiano e nel Veneziano, potrebbe trovare origine dal toponimo Cendon. E a Cendon di Silea (Treviso) sono tuttora residenti varie famiglie Cendron. Sporadici nuclei si trovano anche in altre regioni italiane. All’inizio del XIX secolo questa famiglia era presente anche in Paese: “Li 12 Giugno 1811. Domenico Cendron d’anni cinquantacinque circa, accopato giù da un carro di foraggi da colpo mortale ricevuto nel capo, morì ammutolito sedici ore dopo il colpo, e spirò ieri verso l’ore dodici antimeridiane…”. È quanto emerge dall’archivio parrocchiale di Paese, libro dei morti dell’epoca. Potrebbe comunque trattarsi di uno della famiglia di Monigo. A Monigo i Cendron risiedono fin dai primi decenni del Settecento, quando s’insediarono provenendo da Santa Bona. Giacomo, figlio di Zuanne, fu uno dei primi a mettervi piede sposandosi con Giustina Crosato. Fu capostipite di una discendenza di dieci figli. Tra questi c’erano Marco (1788), Giovanni (1792) e Antonio (1804), che furono testa di serie in altrettanti rami. Un altro nucleo faceva capo a Domenico e Maria Durigon, pure provenienti da Santa Bona. Sono questi gli antenati delle varie famiglie Cendron presenti tuttora in Monigo. Ma ce n’erano anche altri pure cendron02provenienti da S. Bona e più longevi. Il 29 Luglio 1723 erano convolati a nozze “Giamaria figlio di Francesco Zandron della cura di S. Bona, relito (vedovo) in primi voti della fu Paola Bragagia, e Maria figlia di Anzolo Renosto. Testimoni furono Zuane Galiazzo di Monigo e Anzolo Granello di S. Bona”. Il 26 Gennaio 1739 si sposavano in Monigo Gasparo, figlio di Angelo Zandron, e Catta (Catterina) figlia di Bernardo Crespan. Martedì 17 gennaio 1795 si sposavano in Monigo Giovanni Antonio fu Bernardo Baroncelli, cittadino veneziano, vedovo in primi voti della Sig.a Teresa Comarrezzi, con la Sig.a Domenica fu Antonio Giantin, oriunda della parrocchia di Strà, da vari anni ambedue abitanti in Monigo. Mentre veniva al mondo la generazione dei coniugi Giacomo e Giustina, povertà, fame e malattie erano caratteristiche comuni nella gente dei campi. Era il tempo della Rivoluzione Francese, ma in Italia non si stava certo meglio. Lo conferma l’episodio che segue, descritto dal parroco di Monigo, don Luigi De Gobbis. “Nella notte tra il 14 e il 15 Novembre 1797, all’ore 8 italiane venni assalito nell’interno del cortile di casa da 35-36 ignote persone armate con palozzo ed armi da fuoco. Voleano a forza entrar in canonica. Inutili i discorsi fatti da me con coloro, inutile il soldo gettato dalle finestre di mia camera acciò desiderassero e partissero come mi promisero. La porta della sala appiepian era imminente a cadere quando invocavo il Divino aiuto ed assistenza, conoscendo disperato il caso, mi accinsi io ed il mio fedele servo Angelo Minelli detto Cosmo fu Batta, oriundo di Morgan, dopo due tiri d’arma da foco contro di me diretti da inemiche mani, a far foco sovra quella infernal ciurma minacciantemi a ferro e fuoco alla casa, imminente crudelissima morte, suonando la mia serva, moglie del suddetto Minelli la campana, già otto anni da me posta sopra il fuminale della canonica, sollevossi in mia difesa il Comune e fra gli altri merita esser ricordato il M.to Rev.do mio Cappellano Don Giuseppe Pertoldi, figlio di Domenico di Tricesimo, diocesi di Udine; al suon della campana, col rumor del popolo, al rimbombo della archibujata fuggirono. La notte seguente alle ore 9 italiane quei diavoli ritornarono, ma siccome nella precedente giornata fui provveduto di nuove copiose munizioni, archibuji e uomini in casa, così al primo sentore fecimo foco terribile ed incessante, con siffatta di polvere a palla, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori cadenti boccone a terra, tanto erano pieni di spavento”…

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