presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Il nuovo libro di Mariano Berti sarà disponibile in libreria o in formato e-book sullo store digitale di Amazon e Google Play

De Marchi (“Scalàbri”)

demarchiscalaNella primavera del 1968, Giovannina Bellio, moglie di Ugo De Marchi, dissodando la terra nell’orto di casa, trovò un palancone in rame del 1866: dieci centesimi con l’effige di Vittorio Emanuele II. In quell’anno, mentre con la Pace di Vienna il Veneto si univa al Regno d’Italia, nasceva Angelo De Marchi (1866-1948), soprannominato “Eto”, nonno di Ugo (1932-1992), ma anche di Bruna (1921), dei “Scalàbri” di Villa. “Scalàbri”, forse provenienti dalla Francia in epoca remota, o derivanti da un casato veneziano, fatto è che a Paese (Treviso) hanno sempre abitato al “Piovèl”, in una gran casa colonica più volte riadattata. Era stata ceduta, con poca terra, a Domenico (1869-1951), detto “Menèi”, fratello di Angelo, dal fattore della famiglia De Pellegrini. Angelo e Domenico, con Angela (1868), Anna (1870-1920), Teresa (1878-1950), Giuseppe (1881-1952) erano figli di Domenico (1822) e di Maria Vettorel da Paderno di Ponzano Veneto. Loro precursore era stato un altro Angelo, di cui non ci sono dati anagrafici precisi, ma che presumibilmente doveva essere nato alla fine del XVIII secolo. Una famiglia di grandi lavoratori, testimone il fatto che il loro patrimonio crebbe proporzionalmente con il tempo, arrivando a diciassette campi di terra. In stalla tenevano due buoi, quattro vacche con relativi vitelli e una cavalla, che serviva per trainare il calesse (“timburi”) del capofamiglia nei suoi spostamenti. A fianco della casa c’era il vigneto di vino Clinto, mentre sulla grande aia scorazzava tranquilla una varietà di animali da cortile. Nella casa vivevano due nuclei familiari, quello di Angelo-“Eto”, sposato a Angela Berlese e quello di Giuseppe, con la moglie Luigia Bellio (dei “Martini”), oltre a “Menèi”, rimasto celibe per dedicare tutto se stesso al lavoro dei campi. Le sorelle si erano intanto sposate: Angela (“Eta Bina”), con Candido Barbisan di Sovernigo; Anna, con Albino Callegari del Piovèl; Teresa, con Giuseppe Genovese (“Tuète”) della stessa località. Il matrimonio di Eto Scalàbrio e Angela Berlese fu fecondato dall’arrivo di otto figli, tra il 1896 e il 1910: Alfonso, Genoveffa (“Effa”), Silvia, Abramo, Domenico (“Pasquaìn”), Attilio, Alberto, e Regina. L’unione di Giuseppe e Luigia fu coronata dalla nascita di cinque pargoli, tra il 1908 e il 1924: Vincenzo (morto neonato), Dorina, Serafina, Maria, e Felice. Le due famiglie, una ventina di persone in tutto, dividevano lo stesso focolare, aiutandosi vicendevolmente e dividendo equamente i ricavi. Con l’incremento delle bocche da sfamare le risorse di una campagna povera di raccolti divennero insufficienti, perciò Abramo, Attilio e Domenico cercarono fortuna in Argentina. Il primo morì poco dopo di peritonite, a soli 24 anni; il secondo, sposatosi con una del posto, rimase stabilmente laggiù, avviando un ramo genealogico americano; “Pasquaìn”, fatta quell’esperienza, ritornò al suo paese, dove prese in sposa Maria Puppetto. Silvia, divenuta missionaria con il nome di Suor Zita, donò la sua vita in Tanzania. Sul letto di morte le portavano i bimbi da battezzare, era venerata come una santa. Alberto emigrò a “Grisoera” (così era chiamata Eraclea-Venezia, per i vasti canneti usati per confezionare le stuoie), dove prese in sposa Filomena Sartorello da S. Donà di Piave. Regina si sposò a Eraclea con Pietro Momentè. Alfonso, il primogenito, dopo una prima esperienza da emigrante a Toronto (Canada), era partito per il fronte della Grande Guerra. Inviato sul Carso, rimase ferito per ben tre volte, dimostrando abnegazione ed eroismo. Alfonso Scalàbrio era un idealista, la guerra lo aveva reso un temerario. Nel 1920-21 partecipò alle lotte agrarie, militando nelle “Leghe Bianche” di Giuseppe Corazzin, che si battevano contro lo sfruttamento dei contadini mezzadri, da parte dei proprietari terrieri. È tuttora ricordato mentre, con un gruppo di amici, sventolava una bandiera bianca di fronte al mulino Bordignon. Spesso quest’uomo tutto d’un pezzo si era scontrato con i signorotti di Paese, ai quali teneva testa senza cenni di servilismo. Comportamento che era considerato rivoluzionario e tracotante, rischiò per questo di essere impallinato. Il pericolo era reale se si considera che gli agrari si avvalevano di squadre fasciste. Alfonso si sposò nel 1920 con Lina De Lazzari (“Bisioi”) di Paese. Un connubio fecondato dall’arrivo di sei figli, tra il 1921 e il 1935. Nel 1927 - aveva già tre figli - Alfonso emigrò in Argentina. Lavorava in una fabbrica di mattoni, con i fratelli Abramo e Attilio. Ritornò quattro anni più tardi. Intanto, suo padre “Eto”, nel 1929, viste le difficoltà in cui versava la famiglia, decise di emigrare ad Eraclea. Così, mentre nella casa degli “Scalàbri” rimaneva Giuseppe e la sua famiglia, egli, con quella di Alfonso, prese la via verso il mare su un carretto trainato da una cavalla. Portava poche cose appresso, ma una era particolarmente preziosa: le credenziali del parroco, don Attilio Andreatti. Con queste si presentò a mons. Ghezzo, parroco del paese di destinazione. A “Grisoèra” (così era chiamata Eraclea) i De Marchi lavoravano 24 campi, quali fittavoli del conte Vergerio Reghini. Vi rimasero fino al 1953, quando, alla morte di Giuseppe, fecero ritorno a Paese, nella casa di origine. Felice, uno dei figli di Giuseppe e di Luigia Bellio, partito per la Seconda Guerra Mondiale, per un certo periodo fu dato per disperso, mancando sue notizie. Era invece prigioniero in Jugoslavia. Ritornò due anni dopo la fine del conflitto, gravemente ammalato, vestito con un paio di pantaloni di carta. Durante quel periodo due disertori avevano chiesto rifugio al parroco. Pur con il suo carisma, mons. Andreatti non riusciva a collocarli nelle famiglie perché troppo rischioso. Li accolsero infine gli “Scalabri” che li tennero come figli per ben due anni. Luigia in particolare pregava ogni giorno perché il figlio ritornasse vivo, offrendo come pegno la sua carità materna a questi due giovani. Per questo il ritorno di Felice fu interpretato come una grazia ricevuta. Questi si sposò poi con Silvia Berlese da Ospedaletto d’Istrana, prima d’imbarcarsi per oltre oceano, come già avevano fatto in precedenza suo padre e altri consanguinei. Appunti tratti dai ricordi e dalle emozioni di Serafina De Marchi, che ricorda il detto del suo bisnonno: “…Mi nó sarò pi’ quà, ma có i tàra i fòssi e i slàrga e strade, vedarì còssa che vegnarà. Él sarà un afàr sèrio…”. Attualmente la storica casa è abitata da tre generazioni di De Marchi-Scalabri: oltre che dall’ultraottantenne Bruna e dalla cognata Giovannina Bellio – quella che trovò il palancone – anche dai figli di questa. Ma il prolifico albero genealogico degli Scalàbri, continua rigogliosamente ad allungare i suoi rami anche in altre parti del mondo.

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